Giovedì 21 luglio, dopo l’appello lanciato da Effimera e dopo una serie di articoli di approfondimento pubblicati anche sul sito, si è tenuto un dibattito di estremo interesse sul tema della libertà di ricerca nello scenario delle montagne valsusine e del campeggio di Venaus. Una bella tavola rotonda con interventi di grande spessore di docenti universitari, avvocati, associazioni della società civile. Ecco una breve sintesi

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All’inizio della Val di Susa c’è uno striscione dove si trova scritto: “Benvenuti nella valle che resiste”. È dal 1995 che le comunità di questo lembo di terra stretto tra le montagne del Piemonte occidentale protestano e combattono contro la realizzazione delle infrastrutture per la linea ferroviaria ad alta velocità che dovrebbe collegare Torino a Lione. In venti anni le generazioni dei paesi di Susa, Bussoleno, Venaus, Chiomonte, Avigliana sono cresciute all’interno di un processo di progressiva trasmissione, propagazione e radicamento dei contenuti di una lotta divenuta simbolica, in Italia e non solo, sui temi della rivendicazione del diritto della cittadinanza all’autodeterminazione, della politica partecipata, della lotta contro lo spreco e per la sostenibilità ambientale.

Così, non è affatto strano che tale battaglia ed esperienza sia oggetto di studio di molte discipline accademiche e che il territorio valsusino sia stato, nel tempo, attraversato da decine di ricercatori.

L’incontro “Ricerca e movimenti: quando si congiungono scatta la repressione” – organizzato dal movimento NoTav di concerto con le autorità locali e a cui ha collaborato anche Effimera – è partito dal caso di Roberta Chiroli e di Franca Maltese, entrambe incriminate dalla procura torinese per i contenuti dei loro studi svolti in valle. Per la prima è stata emessa una sentenza di condanna a due mesi con la condizionale dopo una richiesta iniziale del pm a nove mesi, ridotta a sei grazie al rito abbreviato.

Il territorio valsusino e le sue forme di resistenza sono state oggetto dell’analisi di ingegneri, sociologi, studiosi del diritto, ma certamente massima è stata la concentrazione di antropologi che si sono applicati a descrivere questo fenomeno sociale, “partecipandolo” – dice Claudio Giorno, storico fondatore del movimento NoTav, nella introduzione. Una delle tracce principali affrontate dal dibattito è stata dunque proprio questa: la ricerca non può mai essere “neutra”, è necessaria una partecipazione a partire dal posizionamento del ricercatore – “contro il privilegio e l’eminenza dell’astrazione”, verrebbe da dire, usando le suggestioni di Adrienne Rich – e a seguito dell’interazione emotiva, dello scambio di saperi, della costruzione di conoscenza che si crea insieme alle persone con le quali si entra in contatto nel processo di ricerca. È possibile, davvero, immaginare di poter raccontare seriamente un movimento sociale e i suoi percorsi, senza dialogare profondamente con essi, senza immergersi interamente in essi, si è chiesta, nel suo intervento, Franca Maltese? È significativo, non casuale, che la Valsusa, da lungo tempo sottoposta a un processo di criminalizzazione e militarizzazione, attraverso l’azione della Procura sul caso Chiroli abbia finito per rappresentare anche il luogo in cui viene messa in dubbio la legittimità della ricerca. Da qui in poi l’orizzonte si allarga, a investire domande fondamentali sul rapporto tra territorio e università, sul rapporto tra attivismo e mondo accademico.

Le associazioni degli antropologi, attraverso Sabrina Tosi Cambini, hanno espresso una forte preoccupazione perché lo scopo del lavoro sul campo del ricercatore serve a fare uscire allo scoperto una visione del mondo che ovviamente non è quella istituzionale e irreggimentata, partendo da presupporti diversi e da bisogni diversi. Il fatto che si disconosca la validità e la legittimità di un differente approccio ci fa intravvedere il rischio dell’imposizione di un pensiero unico nel quale si prova a incanalare anche la ricerca: la sola storytelling ammessa è quella del potere. Perciò abbiamo assoluta necessità di rimettere le questioni sociali e culturali al loro posto, cioè fuori dall’ambito della repressione dove vengono troppo spesso convogliate qualora scomode.

In questi anni non sono mancati esempi inquietanti della volontà occhiuta e prescrittiva delle istituzioni. Lo ricorda Francesco Caruso, ricorda le 70mila pagine che vennero dedicate dalla magistratura alla Rete del Sud Ribelle, inchiesta all’interno della quale vennero coinvolti diversi ricercatori dell’università di Arcavacata di Rende. Sarebbe perciò importante dedicare attenzione alla ricostruzione delle forme di repressione agite dalla magistratura che assumono sempre maggiore rilievo all’interno dei conflitti sociali, nel cedere del ruolo del potere politico. Analisi e inchieste sono state dedicate, nel tempo, al ruolo punitivo rivestito dalle forze dell’ordine ma non a quello della magistratura.

I ricercatori, lo ha sottolineato Gianni Piazza, vengono presi nel mirino nel loro ruolo di attivisti poiché questo aspetto rappresenta il più forte elemento di disturbo e di fastidio per il sistema. D’altro lato, la precarizzazione strutturale della ricerca costituisce un ostacolo potente in sé, inserito all’interno del corpo stesso dell’università per frenare le capacità di resistenza e la parola eterodossa. Tuttavia, esiste una nicchia preziosa e appassionata di studiosi che non si è fatta condizionare né dai processi di precarizzazione neoliberali né dai procedimenti giudiziari.

Qual è, dunque, il vero obiettivo dei procedimenti giudiziari che ultimamente hanno coinvolto le università italiane? Valeria Verdolini si è domandata se le criticità andassero rintracciate nell’oggetto della ricerca oppure, direttamente, nel ruolo problematico del soggetto-ricercatore.

Pietro Saitta ha ribadito l’inesistenza di un “eccezionalismo universitario”, cioè di un ambito che possa sentirsi garantito da una sorta di immunità, di lasciapassare legato allo status, cosicché gli attentati alla ricerca (gli ultimi episodi di Chiroli e Maltese ma anche quello che ha visto il coinvolgimento di Enzo Alliegro) sono anche la cartina di tornasole di un clima dove sempre più l’immagine dei ribelli viene fatta coincidere con quella dei blackbloc, dentro narrazioni, interpretazioni mediatiche a senso unico, separazioni tra violenti e non  violenti, forzature per annichilire e scomporre, frantumare. Ma, la procura di Torino ha fornito indirettamente un grande assist: la possibilità di insistere sul piano mediatico, di costringere i media a rendersi conto, attraverso esempi eclatanti, che l’obiettivo di incatenare il pensiero non è proprio solo del governo turco di Erdogan. I media italiani troppo spesso enfatizzano le forme di dissenso solo nella distanza, indignandosi per l’epurazione dei docenti in Turchia, senza vedere ciò che accade proprio dietro l’angolo.

Molte sono, tra l’altro, le contraddizioni delle motivazioni della sentenza di Roberta Chiroli, come rimarcato da Gianni Giovannelli, il quale ha anche messo in luce come la Procura di Torino abbia progressivamente assegnato alla parte relativa all’eversione e al terrorismo tutte le indagini relative al movimento NoTav. Si tratta di una procedura anomala, che muove da una sorta di pregiudizio, dal momento che le inchieste su diverse ipotesi di reato dovrebbero essere distribuite a uffici con competenze diverse, adeguate al reato ipotizzato. Ciò la dice lunga sull’impostazione di natura “repressiva” di tali procedimenti. Le medesime ispirazioni si rintracciano, a bene vedere, nella storia stessa di Torino, a partire dagli anni Settanta, anche relativamente alle lotte operaie della Fiat. Tuttavia, è giusto riconoscere  che all’interno della procura di Torino possono essere presenti  sensibilità e valutazioni differenti in merito alla conduzione dei numerosi processi contro il movimento NoTav.

Valentina Colletta, avvocata di Roberta Chiroli e Franca Maltese, ha raccontato che in quella stessa giornata (21 luglio), durante un funerale, erano stati notificati provvedimenti di natura cautelare (obbligo di firma due volte al giorno a Bardonecchia) a una decina di persone. Ha ribadito come il processo a Franca e a Roberta vertesse proprio sul “reato di ricerca”. Di fronte alla richiesta di rito abbreviato, giustificato dal fatto che la partecipazione delle due giovani ricercatrici ai fatti inquisiti era collegato a motivi di studio, la procura torinese ha richiesto a Ca’ Foscari la visione della tesi di laurea di Roberta (non accessibile pubblicamente), utilizzandola come capo d’imputazione. Si deduce, con ciò, come già nel dibattimento processuale, non potendo l’accusa provare alcuna partecipazione a qualunque fatto “illegale”, l’oggetto del contendere sia diventato esplicitamente il lavoro di ricerca, la tesi di laurea.

In determinati contesti, come quello valsusino, ci troviamo, insomma, sempre più spesso, di fronte a casi che si configurano come una sospensione della normalità giudiziaria, la quale oggi si spinge anche a intaccare l’attività di ricerca, sottolinea Marco Revelli. Ci stiamo quindi spostando esplicitamente verso una logica di “guerra”, dove prende piede un sistema giudiziario basato sulla dicotomia amico/nemico, al cui interno  si va affermando pesantemente la prevalenza del processo politico, guidata dalla logica della applicazione del “diritto penale del nemico ”, citando Livio Pepino.

La repressione va a colpire l’attività di ricerca nel momento in cui essa fuoriesce dai cliché (normativi) prestabiliti, ribadisce Salvatore Palidda. Non è una novità: la storia stessa delle istituzioni repressive lo conferma. E negli ultimi decenni è stato in particolare il Centro-sinistra a mostrarsi particolarmente attivo in tale direzione, a partire da quando Massimo D’Alema decise di trasformare i carabinieri nella quarta forza armata italiana.

Claudio Cancelli, ingegnere e docente del Politecnico di Torino, essendo stato parte della commissione tecnica di valutazione sull’alta velocità, ha ricordato come gli stessi ingegneri favorevoli alla grande opera fossero ben consci dell’impatto ambientale negativo del progetto, a dimostrazione che gli intereressi in gioco erano altri rispetto a quelli dichiarati. Così, la trasparenza e il confronto sul merito dell’opera hanno velocemente lasciato posto alla necessità di imporla a tutti i costi, a scapito della volontà popolare, acuendo in tal modo l’insofferenza degli abitanti e delle istituzioni locali, e con corrispondente innalzamento del livello di repressione di qualsiasi attività culturale e/o azione politica contraria.

L’incontro è terminato con la proposta di agire in contemporanea su due fronti. Da un lato, rispondere, con una lettera aperta, alle argomentazioni dei tre principali rappresentanti della Procura torinese per ribadire il carattere vessatorio e discriminatorio delle iniziative giudiziarie in atto: il fine è quello di accrescere le contraddizioni aperte dall’appello e da altre simili prese di posizioni (ad esempio quella del regista Virzì) all’interno della stessa procura torinese. Dall’altro, partecipare all’organizzazione di due appuntamenti rivolti al mondo accademico sullo stato della libertà di ricerca in Italia che si terranno prossimamente a Modena e a Pisa. Anche su Effimera ne daremo notizia.

Hanno partecipato al dibattito, tra gli altri:

Sabrina Tosi Cambini (Università di Verona e ANUAC); Francesco Caruso (Università di Catanzaro); Valentina Colletta (avvocata Legal Team); Giovanni Giovannelli (avvocato); Franca Maltese (Università della Calabria); Salvatore Palidda (Università di Genova); Gianni Piazza (Università di Catania); Marco Revelli (Università Piemonte Orientale); Pietro Saitta (Università di Messina); Valeria Verdolini (Università di Milano e Associazione Antigone).

 

 

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