Dicono gli esperti di borsa che di solito il mese di gennaio è un mese favorevole per gli indici azionari. Ma si dice anche, secondo la tradizione popolare e le statistiche passate, che i giorni della Merla, gli ultimi tre di gennaio, siano i giorni più freddi dell’anno.

Beh, il mese di gennaio 2016 ha sicuramente rappresentato un’eccezione. Ma si tratta veramente di un’eccezione o invece sta avvenendo qualcosa, sia a livello economico che a livello meteorologico, che induce a pensare che siamo di fronte ad un fatto strutturale, alla conferma di un nuovo ciclo?

Sul piano meteorologico e ambientale, sono oramai tanti i segnali che ci indicano che la struttura ecologica si stia modificando in tempi relativamente brevi sotto l’influsso dell’avvento dell’antropocene.

Sul piano dell’analisi economica, nonostante i vari campanelli d’allarme, sono ancora molti gli economisti (quelli della scuola neoclassica, secondo la quale il sistema economico è rappresentato da un equilibrio economico generale, perfettamente razionale e quindi immutabile, o, di converso, quelli della scuola marxista più ortodossa secondo la quale i rapporti di sfruttamento tra le classi di oggi avvengono ancora con le modalità di quelli dell’Ottocento) che, nonostante il periodo di turbolenza e di crisi, credono che in fin dei conti nulla sia cambiato nelle leggi economiche e nei fondamentali.

Eppure basterebbe pensare che negli anni Settanta, all’apogeo della crisi del paradigma fordista, l’elevata inflazione e l’elevato prezzo dei beni energetici rappresentavano il nemico numero uno da abbattere. Oggi, invece, 40 anni dopo, è l’esatto opposto: la bassa inflazione ed il calo del prezzo del petrolio ai minimi sono accusati di minare la stabilità economica e di essere i principali fattori di crisi economica.

Questa semplice (e banale) riflessione dovrebbe far pensare che qualcosa è cambiato.

E in effetti è cambiato tutto. È cambiato il paradigma tecnologico (dalle tecnologie meccaniche e rigide a quelle linguistiche e flessibili), si è irreversibilmente modificato il regime di accumulazione capitalistico (dalla produzione materiale alla produzione immateriale), ha cambiato segno la governance del lavoro (dal lavoro salariato a tempo indeterminato al lavoro precario e gratuito) e della politica economia (dall’egemonia delle banche centrali nazionali all’egemonia delle oligarchie finanziarie, con le Banche Centrali supinamente subordinate), e pur si sono modificati i confini economici, dagli Stati nazione al globo sino allo spazio virtuale di Internet, solo per fare alcuni esempi eclatanti. Nuovi fenomeni, un tempo più marginali, sono oggi diventati centrali e onnipresenti.

Tra questi, il più importante è forse il ruolo di timone e di guida dei processi di accumulazione, nonché di misura dello sfruttamento, che i mercati finanziari, o meglio gli attori che hanno gestito la loro concentrazioni di potere, hanno via via assunto negli ultimi 40 anni dopo il crollo di Bretton Woods, la completa smaterializzazione della moneta (pura moneta-segno) e le scelte “politiche” di liberalizzazione dei mercati dei capitali.

La logica speculativa, grazie alla creazione di moneta “virtuale”, è oggi in grado di determinare le traiettorie dell’accumulazione e della liquidità monetaria necessaria, definire le forme dell’espropriazione della cooperazione sociale (oggi input principale dei processi di produzione materiale e soprattutto immateriale) e di ottenere un profitto globale che si fa sempre più rendita: risultato dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dentro una lotta di classe che si declina diversamente a seconda dei contesti territoriali e delle forme di valorizzazione.

Il paradigma di accumulazione del capitalismo bio-cognitvo è infatti trainato dalla finanza. Essa comanda sulle politiche monetarie delle Banche Centrali, impone le politiche d’austerity a livello globale, incide sui prezzi delle commodities grazie agli strumenti derivati, definisce il destino di intere aree del globo usando, seppur indirettamente, anche la leva bellica, consente all’1% della popolazione più ricca di detenere il 50% delle ricchezze globale.

Perché tale comando possa essere esercitato occorre che si creino bolle speculative (condizione necessaria), che devono essere assecondate anche da opportune scelte di politica economica sovranazionale e nazionale (condizione sufficiente): ad esempio il Quantitative Easing della Bce o la firma di accordi come il TTPE – trattato, recentemente firmato, di partenariato per la liberalizzazione degli investimenti nell’area del Pacifico – o il TTIP – l’analogo per l’Atlantico – o il pareggio di bilancio in Costituzione, oppure decisioni in materia di svalutazione, come nel caso del Giappone.

Tali bolle però sono destinate prima o poi a scoppiare e quindi a produrre irreversibilmente crisi in modo permanente. Tali crisi, che negli ultimi due anni si sono sempre più ravvicinate nel tempo (solo negli ultimi 7 anni abbiamo avuto lo scoppio della bolla dei sub-prime, poi quella dei debiti europei e ora quella in atto), inevitabilmente precludono a una fase di stagnazione economica di lunga durata, caratterizzata da cicli sempre più turbolenti.

Si spiega così la natura strutturalmente instabile della governance finanziaria.

In questo mese, diversi sono i fattori che hanno portato allo scoppio dell’attuale bolla finanziaria, avviatasi nella prima metà del 2014 e che ha iniziato a sgonfiarsi nell’agosto scorso, con il crollo delle borse cinesi. I giornali parlano delle diverse possibili cause che hanno portato a quella che il Sole24 ore ha definito la “tempesta perfetta”: le tensioni sui mercati valutari, con la pressione al ribasso sullo Yuan cinese, a cui si oppone il governo cinese (riserve valutarie ai minimi dal 2012), l’entrata in vigore del nuovo regolamento bancario europeo (Basilea 3), con l’introduzione del bail-in e i rischi per l’azionariato bancario, le aspettative negative sulla dinamica del commercio internazionale e sulla crescita statunitense ed europea (i dati sul calo per il secondo mese consecutivo della produzione tedesca lo confermano). Anche la tempistica della Federal Reserve riguardo l’aumento dei tassi d’interesse Usa può aver favorito l’innescarsi di aspettative negative, anche a fronte delle difficile situazione di alcuni paesi Bric (Brasile e Russia), il cui indebitamento in dollari a causa del calo dei prezzi dei prodotti energetici è fortemente aumentato.

A queste variabili si possono poi aggiungere fattori di carattere “locale”: ad esempio, la debolezza patrimoniale e di capitalizzazione delle banche italiane (il che spiega come Piazza Affari abbia perso oltre il 25% in questo mese – la peggiore in assoluto -, un quarto del suo valore complessivo, passando da un valore complessivo di 567,5 miliardi di euro, pari al 35% del Pil, a 421 miliardi, con una perdita secca di 145 miliardi di euro, circa il 9% del Pil) o le difficoltà della Grecia (in seguito alle pressioni sul governo Tsipras sotto le forche caudine della Troika per l’ennesima riforma delle pensioni).

Sono tutti fattori che possono spiegare il cambiamento di segno delle aspettative finanziarie negli ultimi mesi. Tale cambio di segno, tuttavia, è stato accompagnato da segnali che hanno anticipato questo trend, quali l’aumento del prezzo dell’oro (+10% in gennaio) pur in assenza di tensioni inflazionistiche e la riduzione dell’indice PMI degli Usa (Purchasing Manager Index).

Riguardo la dinamica dell’oro, non siamo di fronte al classico aumento del suo prezzo in quanto bene rifugio per mantenere inalterato il potere d’acquisto. Come ricordato, siamo in fase di disinflazione e, nel caso dei prezzi alla produzione e delle materie rime, addirittura di deflazione. Ciò significa che la pressione verso l’alto del prezzo dell’oro è più spiegabile da aspettative negative sulla liquidità futura (nonostante le forti iniezioni della Bce, i segnali che provengono dalla Federal Reserve sono in tutt’altra direzione) e, di conseguenza, prevale ciò che Keynes aveva chiamato “propensione per la liquidità”, che oggi si materializza soprattutto nella smobilizzazione della proprietà di titoli finanziari e nella loro vendita.

Tale dinamica viene anche confermata anche dal fatto che l’indice delle aspettative dei managers delle corporation Usa (PMI) ha visto negli ultimi 4 mesi valori inferiore ai 50 punti Ciò significa che la maggioranza dei managers (> 50%) prevede un andamento negativo nel futuro dell’economia Usa e mondiale. Tale indice, che faceva segnare 53,2 punti un anno fa è costantemente diminuito sino ai 48,2 punti di oggi

Come era dunque inevitabile l’attuale bolla speculativa è così destinata prima o poi a sgonfiarsi e i primi segnali erano già evidenti circa 6 mesi fa, al di là degli eventi cinesi di questa estate.

La speculazione finanziaria al ribasso, soprattutto se prende gli effetti di una “palla di neve” che scivolando verso il basso si ingrandisce sempre più e quindi rischia di diventare inarrestabile, è, oltre che fonte di introiti per chi la governa, anche un formidabile strumento per ridefinire gli assetti proprietari.

Il crollo di un titolo infatti ai minimi storici (come sta succedendo per alcuni titoli bancari italiani, MPS, Carige, UBI, Bper – Banca Popolare Emilia Romagna, ma anche le Poste appena privatizzate e alcuni imprese dei comparti energetici, vedi Saipem) può attivare scalate da altri gruppi o da fondi di investimento (da quelli sovrani agli hedge funds), magari quegli stessi che hanno contribuito al calo del titolo favorendone la vendita, per esempio, a 10 per poi ricomprarlo a 5.

Tale dinamiche di solito favoriscono processi di concentrazione e di riassetto delle strutture proprietarie con l’effetto di aumentare l’autorevolezza finanziaria di chi esce vincitore. E’ probabile che una tendenza di questo tipo sia già ora presente nel sistema bancario italiano, oggi assai sotto pressione dopo l’entrata in vigore del nuovo ordinamento europeo (Basilea 3) e la riforma delle Banche Popolari voluta da Renzi.

In conclusione, accusare alcune attività speculative di essere alla base delle forti vendite di queste settimane è troppo riduttivo oltre che fuorviante. Puntare il dito contro i fondi sovrani arabi (ottimi capri espiatori, di questi tempi), ad esempio, serve solo a nascondere quella che è oramai un’evidenza assai consolidata degli ultimi venti anni, soprattutto se si ha a che fare con un’economia comandata dalla dittatura finanziaria: la necessità del governance finanziaria di “risettare” continuamente, sempre all’interno di una logica speculativa, gli indici di borsa, distruggendo in poche settimane ingenti somme di liquidità, dopo averne creata in precedenza, al fine di perpetuare e allargare a dismisura quella sorta di accumulazione originaria non più reale ma sempre più finanziaria e sempre più riferita allo sfruttamento della vita: anzi, la speculazione sulla vita.

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