Rispondo sempre con piacere quando si tratta di condividere idee e situazioni pratiche sulle condizioni di vita, mie e altrui.

Per quanto riguarda la volontà o l’interesse raccontare e raccontarci, aveva ragione Benjamin e prefigurava la situazione drammatica dei decenni di storia a venire, dove le relazioni sociali sono state rimodulate sempre più progressivamente dai media, fino alla kafkiana situazione odierna dove nessuno si racconta o discute ma tutti esprimono (più o meno a vanvera…) sensazioni più o meno violente usando estreme forme di sintesi come le fotografie o dei brevi messaggi digitali.

Paolo Pellicini, cultore in psicologia sociale della comunicazione all’università dell’Insubria di Varese scriveva pochi giorni orsono su La Provincia di Como, a proposito della necessità di salvare la scrittura a mano come competenza: “Oggi tra feed di Facebook, thread di Twitter,e catene di mail, qualsiasi atto (scritto) appare effimero”: ironia della sorte, senza saperlo ci citava e ci invitava a tornare alle radici, confronto, amore per l’incontro e per la vita, sguardi che sognano, quello che pensavamo di fare.

Non ci sono soldi, vero. Inutile stare a fare una analisi del conto in banca, in questo momento con stipendio incassato dieci giorni fa, le mie disponibilità ammontano a euro 33,00. Un bel mese, pagata la carta di credito, l’assicurazione del motorino, le spese condominiali, il dovuto per il mantenimento dei figli, una rata di una vecchia cartella esattoriale, ecc.

Io e i miei familiari prossimi non ci dobbiamo lamentare per nulla, avendo alcune fortune fondamentali, per lo meno due: viviamo tutti in case di proprietà, lascito di nonni che acquistarono in tempi non sospetti, e soprattutto siamo sani, non dobbiamo fare terapie, non siamo portatori di disabilità e siamo autonomi (gambe, braccia e testa funzionano quel tanto che basta). Ma ancora di più, non abbiamo addosso lo stigma della scarsa salute mentale o del carcere.

Non lo nascondo, il mio senso di precarietà è aumentato parecchio negli ultimi anni: ma soprattutto è aumentata a dismisura la sfera esistenziale di questo senso di precarietà: la bandiera che sventolavamo 15, 20 anni orsono dove una avanguardia politica si identificava con una intera classe per rivendicare il soddisfacimento dei propri bisogni, e la trasformazione dei rapporti sociali ed economici sono diventate la sublimazione esistenziale di una condizione che era originariamente economica ma è diventata presto o tardi psicosociale.

Ma se osservo le situazioni dall’esterno, cioè se approfitto del punto di vista privilegiato di chi può osservare gli impatti del capitalismo sul corpo-mente, vedo che se stai bene a livello emozionale e cognitivo, cammini e respiri correttamente, non puoi capire il disagio con cui vive la precarietà chi, ai cronici problemi di reddito, somma drammatiche situazioni sanitarie ed umane (che artatamente sono state fatte detonare nel 2020-2021 esattamente come i famosi cercapersone di produzione israeliana).

La sicurezza, in tutte le sue specie e declinazioni (che solo gli anglofoni, pur nella loro scarsità lessicale, hanno avuto il coraggio di spartire tra la presenza reale e assenza di un rischio e la percezione di questo rischio, safety e security), è il più grande oggetto del desiderio delle moltitudini: non moriremo, staremo bene, staremo asciutti (che anche con le bombe d’acqua non si scherza) e freddi (che senza l’aria condizionata ormai non si può più vivere), avremo una connessione, avremo insomma reddito (che con i soldi compri anche la salute, lo insegnano i magnati della sanità privata).Insomma, sopravvivere tra ingiustizia e coazione alla paura, con qualcuno che ti sussurra all’orecchio che con i suoi metodi finanziari “Andrà tutto bene”…….

Il bisogno di sicurezza in chi sta male fisicamente si accresce come una voragine: come il rischio del lavoro notturno si valuta rimodulando e accrescendo i rischi diurni, così la sete di sicurezza dell’utenza sanitaria si valuta accrescendo il senso di precarietà materiale generato dalla mancanza di reddito. Si arriva a richieste di sicurezza disperate; “se mio padre muore vi ammazzo”, mi ha detto un personaggio mentre entravamo in casa sua per soccorrere suo padre in arresto cardiaco. Una anziana signora entrata al pronto soccorso del san Carlo (qualche giorno fa) per una caduta (fortunatamente senza compromissioni o complicanze importanti) che mi ha gridato “Voglio morire, fatemi morire”, con l’afflato di chi non ha risorse, né materiali né umane, e non ha voce. Poveri e fragili, espulsi dalla città vetrina. Vite che non contano, le abbiamo definite.

Nella situazione ricorsiva e coatta del loop “produci-consuma-crepa”, chi sta bene fisicamente e psichicamente prova a rompere l’anello del consumo (che tanto ormai la vita è messa a produzione sempre), chi non sta bene prova a spezzare l’anello della morte (crepa prima tu!). Gente che uccide familiari e partners, passanti e nemici improvvisati, nel folle tentativo di sopravvivere alla fine di una relazione, alla gelosia verso il fratello, alla propria morte interiore (secondo il modello per cui sterminando gli altri si tengono a galle le proprie economie personali e nazionali). Lotta per la sicurezza della sopravvivenza nel contesto che mette a “casuale repentaglio chiunque”.

Martin Lutero diceva espressamente che la sicurezza me la posso procurare, ma sempre e solo percepita; mentre la certezza, no, quella è un dono.

Quali certezze abbiamo su cui costruire una risposta politica a questo disastro?

Per prima cosa, provo a decostruire le ragioni del realismo capitalista che sottrae risorse collettive alla fruizione di tutti, che disgrega i beni comuni come la ruggine con i metalli.

Pecunia olet”, va detto senza esitazioni. Con tutto quello che ne consegue, compresa la lotta alla proprietà e alla produzione di merce. La mia vita, i miei bisogni primari non possono essere stabiliti dai mercati. E’ necessario che interrompiamo in prima persona la narrazione tossica della crescita dell’economia, della necessità del progresso al soldo delle multinazionali: non metto nel cestino la mia intelligenza per barattarla con quella (ipotetica) artificiale, solo perché un acuto marketing manager al posto di parlarmi degli assorbimenti elettrici dei calcolatori ha preferito raccontarmi della CO2 consumata pari ai 200 voli sulla rotta Roma-Londra.

Come seconda cosa aggiungo che il personale è sempre politico. La nostra situazione sociale contemporanea richiede per essere cambiata in meglio la presenza di militanza, anche passiva: qualsiasi nostra scelta o comportamento può portare “in nuce” una svolta rivoluzionaria con possibilità di sviluppo. Per capirci, ho smesso da molto tempo di incazzarmi perché gli israeliani sono degli assassini, o perché gli americani sono il gendarme dell’ordine mondiale. Trovo che sia molto più efficace boicottare le loro economie, come si faceva negli anni ’80 col sudafrica dell’apartheid. Insomma, per capirci, prima o poi anche i sionisti si ritroveranno soli nella palestina desertificata dalle loro bombe, a mangiarsi da soli i loro pompelmi all’uranio.

Cerco di sottrarre energie personali (economiche e fisiche) che andrebbero ad accrescere le economie e i capitali delle elite finanziarie e militari per destinarle alla solidarietà verso chi sta male, chi non riesce a reagire, chi è stato espulso dal consesso della produttività e del consumo.

La certezza del mio vivere è che la solidarietà e il disinteresse al danaro vadano osati a tutti i costi, anche se tutto ciò rappresenta un rischio, e che questo abbia valore politico e che sia una precisa risposta alla precarietà esistenziale del mondo contemporaneo.

E via via, declinando abitudini, e personalizzando stili di vita.

Andy

INCHIESTA

Le condizioni del vivere

Abbecedario (approssimativo) per un’inchiesta qualitativa online.

Stiamo tentando un esperimento che si è concretizzato in un I° incontro in Cox18 a Milano agli inizi di ottobre, dopo un primo lancio. L’idea è quella di coinvolgere tutt* coloro che ci leggono e/o sono collegati a Effimera.org attraverso la stesura di testimonianze relative ai vari ambiti critici che coinvolgono la nostra esistenza. Non siamo un centro di ricerca né un istituto demoscopico (né vogliamo esserlo) ma abbiamo un mezzo di comunicazione (Effimera.org) che si è affermato negli ultimi anni all’interno del pensiero critico e sovversivo. Abbiamo intelligenze, saperi, esperienze, desideri. We got livePerciò vi proponiamo di partecipare a questa nuova sezione di inchiesta online leggendo le istruzioni qui sotto.