Effimera pubblica una testimonianza diretta, firmata da Andrea Tringali, dei momenti organizzativi che hanno preparato la partenza da Catania della nave Madleen della Freedom Flotilla in missione umanitaria verso Gaza, con l’obiettivo di portare aiuti umanitari a favore del popolo pastinese sotto il costante e quotidiano bombardamento dell’esercito israeliano del governo Netanyahu.

Come si temeva, in queste ore la missione è stata fermata, l’imbarcazione “abbordata” dalle Israel Defense Forces e sequestrata, mentre si trovava in acque internazionali, sotto le direttive del ministro sionista della Difesa Israel Katz. “È previsto che i passeggeri tornino nei loro paesi”, ha aggiunto Katz.

Effimera seguirà passo dopo passo l’evoluzione della situazione.

In fondo all’articolo anche i filmati girati da Andrea Tringali

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Da quando sono tornato ad Augusta, la mia città natale, mi sono detto: per rimanere qui e non scappare di nuovo, devo attivarmi. Ciò che non mi piace, lo cambio.
Il problema è che ad Augusta ci sono troppe cose da cambiare: la presenza del più grande polo petrolchimico d’Europa e del comando della marina militare, le mancate bonifiche, la speculazione edilizia, il consumo di suolo, le morti di cancro, le malformazioni congenite, la quasi totalità dei monumenti e delle zone archeologiche inaccessibile e/o decadente, la mancanza di depurazione, i disastri ambientali aggravati, il clientelismo politico, il ricatto occupazionale, l’accessibilità al mare, la corruzione politica e giudiziaria… potrei continuare, ma mi fermo qui.
Ad Augusta, però, gli attivisti si contano sulle dita di una mano gravemente mutilata.

È così che sono diventato un punto di riferimento, almeno per molti attivisti. Quando c’è di mezzo Augusta, la parola d’ordine è: chiamare Andrea.
Il 24 maggio, alle 20:33, ricevo un messaggio:
“Hola Andrea! How are you? Thiago Ávila here from the Freedom Flotilla.”
Avevo già supportato l’anno scorso la nave Handala, ancora ormeggiata al porto Xifonio di Augusta, in attesa della prossima missione.
Dopo quel messaggio sono entrato in un vortice emotivo. Ho capito subito che, a differenza della Handala, la Madleen sarebbe partita a breve.

Il 25 maggio incontro Thiago a Catania, durante una manifestazione pro-Palestina, e ci diamo appuntamento al giorno dopo per una visita all’imbarcazione. La manifestazione è andata molto bene: vedere cinquemila persone marciare e gridare insieme “Palestina libera” ci ha gasati.
C’erano le condizioni per organizzare un lancio della missione a Catania con un’ampia partecipazione popolare e il supporto del movimento locale.

Il 26 maggio, sulla barca c’erano Thiago, Frank, Tan, Pascal e Suayb. Io ero con Giovanna e Daniele, lo zoccolo duro dell’associazione augustana Piano Terra.
Dopo aver aiutato Suayb, arrivato con il tender, a caricare alcune scatole di aiuti umanitari sulla Madleen, ci siamo spostati sottocoperta per parlare.
“Noi siamo a vostra disposizione,” abbiamo detto. “Cosa vi serve?”
Thiago e Frank sono stati i più loquaci. Frank parlava anche un po’ d’italiano.
Ci hanno detto che servivano delle barche d’appoggio per la partenza da San Giovanni Li Cuti, prevista per domenica 1° giugno. Thiago mi ha mostrato una foto del porticciolo catanese pieno di gente: voleva che fosse così anche per la Madleen.

Ho chiamato Giulio, che affitta gommoni ad Augusta insieme a mio cugino. Sarebbe arrivato in trenta minuti, così nel frattempo abbiamo fatto una visita alla RESQ People, la nave dell’ONG anch’essa ormeggiata al porto Xifonio.
Dovete sapere che Augusta, nonostante la carenza di attivismo locale, è piena di giovani attivisti nazionali e internazionali. C’è anche la Sea Punk e, fino a poco tempo fa, c’era la Louise Michel, con un equipaggio meraviglioso che ci sosteneva anche comprando il pane fatto in casa di Piano Terra.

La sera abbiamo partecipato alla prima riunione operativa con il movimento catanese, nella sede dei Cobas. Abbiamo dato un passaggio ad alcuni di loro. In macchina con me e Giovanna c’erano Ann e Tan. Tan filmava con la sua fotocamera, mentre Ann, molto estroversa, parlava senza sosta. Mai avrei immaginato che fosse un’ex colonnella dell’esercito statunitense.

Alla riunione eravamo una trentina: c’erano associazioni, centri sociali, sindacati, partiti. Il piano della Freedom Flotilla Coalition sembrava difficile da realizzare in tempi così stretti. Qualcuno ha proposto di fare il lancio ad Augusta, con dibattiti e conferenze a Piano Terra. Dentro di me l’ho sperato, immaginando – un po’ egoisticamente – la visibilità che avrebbe ottenuto la nostra piccola associazione con Greta Thunberg e i giornalisti da tutto il mondo.
Ma Thiago e gli altri avevano quella fotografia in mente, e nessuno poteva smuoverli. Hanno scherzato dicendo: “Qui ci sono quattro dei sei membri del direttivo della FFC, quindi abbiamo la maggioranza. La decisione è presa.”
Anche loro, comunque, sembravano disorganizzati: non avevano ancora un programma completo della tre giorni.

C’era grande voglia da parte di tutti di contribuire alla causa. Qualcuno si è proposto come traduttore dall’inglese, ma confondeva la parola “lancio” con “pranzo”. Non sono mancate le risate quando qualcuno gli ha fatto notare che la FFC non era venuta a Catania per mangiare. Io, ridendo: “Scusateci, noi italiani pensiamo sempre al cibo.”

Al ritorno, in macchina con noi c’erano Tan, Yasemin e Zohar. Io, Tan e Yasemin camminavamo veloci verso la macchina. Poi mi accorgo che Giovanna e Zohar erano rimaste indietro: Zohar camminava lentamente e zoppicava. Non ho mai avuto il coraggio di chiederle perché portasse una protesi, né come avesse perso la gamba. So solo che ha vissuto i suoi primi 35 anni in Palestina, prima di trasferirsi all’estero.

In macchina, Zohar mi spiega che avevano bisogno di qualcuno bravo a disegnare la barca a vela, che non aveva nessun segno di riconoscimento. Inoltre, servivano una ventina di sedie per i corsi di sicurezza e difesa non violenta in caso di pericolo o attacco israeliano.
Le ho risposto: “Mercoledì vi porto le sedie della nostra associazione, e domani faccio un paio di chiamate per trovare un artista.”

Arrivati ad Augusta, siamo andati in farmacia a prendere lo spray antizanzare per Ann. Mentre aspettavamo, Yasemin mi guarda con uno sguardo dolce e mi chiede: “Come sta tua mamma, si è ripresa?”
Resto perplesso. “Come fa a sapere di mia madre?” penso. Poi, d’un tratto, mi si illuminano gli occhi: “Ma allora tu sei la ragazza della Handala! Quella che abbiamo accompagnato alla stazione dei treni e poi a quella degli autobus, qualche mese fa!”
Lei sorride, annuisce e scatta un abbraccio.

Dopo quella riunione, il gruppo WhatsApp “Freedom Augusta” è esploso: pieno di messaggi, soprattutto da catanesi. C’era un continuo scambio di informazioni logistiche e organizzative, al punto che non si riusciva più a seguire. Si formavano sottogruppi su sottogruppi.
Io, per fortuna, comunicavo alla vecchia maniera: sentivo direttamente Thiago, Zohar, KZ (il malesiano) e Alfonso da Catania.

Il giorno dopo, nel tardo pomeriggio, passo a salutare: c’erano sempre più attivisti, arrivati da ogni parte del mondo.
C’erano i due malesiani, e c’era anche Caoimhe, che appena mi vede scende dalla barca per abbracciarmi. Anche lei era sulla Handala qualche mese prima.
Thiago mi chiede una grande bandiera palestinese per la barca. Chiamo Alfonso e in pochi minuti il problema è risolto.

Mercoledì mattina arrivo con la macchina carica di sedie, e loro mi invitano a partecipare alla riunione organizzativa.
Facciamo un giro di presentazioni: tutte le venti sedie erano già occupate. C’era anche Simone, l’unico italiano della Freedom Flotilla Coalition presente ad Augusta.
La riunione era guidata da Reva, con il supporto di Marco, il giovane capitano olandese.
Mi fanno sapere che servivano molti chili di riso come aiuto umanitario. Dopo qualche minuto, mi scuso: dovevo scappare a lavoro.
Mi hanno salutato con un grande applauso, e mi sono commosso.

I giorni seguenti sono stati duri. Dovevo finire il progetto del bosco in una scuola a Librino prima dell’inaugurazione, e il lavoro era ancora tanto.
Ma il pensiero andava alla Freedom Flotilla, e a ciò che mi stavo perdendo.
Per fortuna, mentre io e Malik zappavamo e sudavamo, c’era Emanuele Poki che completava il murales della scuola. Lo avevo visto alla manifestazione, e poteva essere lui a disegnare la barca per i ragazzi.
Non se lo è fatto ripetere due volte. In due giorni, insieme a Suayb, hanno reso quella barca molto più bella.

Venerdì pomeriggio, nonostante il mare proibitivo, la Madleen si è spostata a Catania. Da casa mia vedevo quella barca, sola in mezzo al mare, sbalzata dalle onde.
Mi sono detto: “Stanno sicuramente vomitando tutti.” E infatti Thiago me lo ha confermato: per quattro di loro, non è stata una bella esperienza.

Il weekend ero più libero, e mi sono rituffato nel vortice emotivo della Freedom Flotilla.
Sabato sono andato a San Giovanni Li Cuti sia la mattina con Giovanna, sia la sera da solo.
Domenica mattina ci sarei tornato per la partenza.

Sabato sera, prima di rientrare ad Augusta, Zohar, Yasmine e David mi accerchiano, visibilmente preoccupati: il giorno dopo, nel bel mezzo della conferenza stampa, avrebbero dovuto acquistare 260 litri d’acqua e frutta per il viaggio.
Li rassicuro: “Facciamo così. Mando un messaggio nel gruppo: se qualcuno viene entro le 10 del mattino con una cassa d’acqua e un po’ di frutta, sarà amato per sempre. Se non ce ne sarà abbastanza, ci coordiniamo io, Magid e Warren e andiamo a comprarla.”

Sabato notte porto con me ad Augusta Zohar e David, che dormivano sulla Handala.

Domenica mattina presto passo a prendere Zohar. La lascio davanti alla stradina che porta al porticciolo, per non farle fare troppa strada a piedi.
Un signore mi ferma: “La Freedom Flotilla è qui? Vorrei lasciare una cassa d’acqua e della frutta.”
Io e Zohar ci guardiamo: aveva funzionato.
Vado a parcheggiare. Appena arrivo al porticciolo, Zohar mi dà uno scatolone:
“Dobbiamo vendere queste magliette. Ho bisogno di qualcuno di fidato per farlo e raccogliere i soldi.”

Durante la conferenza stampa, mentre filmavo l’intervento di Greta con un occhio, con l’altro controllavo le magliette “Break the Siege”.
Alle mie spalle, vedo due carrelli colmi di bottiglie d’acqua. C’era Magid che li teneva stretti perché la discesa finiva direttamente in mare.
Scoprirò poi che il mio messaggio era arrivato fino al circolo di Legambiente Melilli: il mio amico Vincenzo aveva portato acqua e frutta in quantità industriali.

Ed è proprio questa la cosa più bella che è successa durante la permanenza della Freedom Flotilla tra Augusta e Catania: la sensazione che eravamo tutti connessi.
Ne ho avuto conferma quando ho scoperto che il riso, alla fine, lo aveva donato il COPE, la cooperativa con cui stavo lavorando a Librino.

Alla fine della conferenza stampa, ho venduto tutte e cinquanta le magliette. La gente le comprava per sostenere la missione, anche se costavano venti euro, anche se la loro taglia non c’era. C’era chi la comprava per il proprio cane, e chi mi dava i soldi senza volere la maglietta in cambio.
Zohar non riusciva a credere che fossero finite in così poco tempo.

Si avvicinava l’ora della partenza. I tamburi della Sambazita continuavano a suonare e la grande bandiera della Palestina danzava con la musica.
Vedo Giulio su un gommone, salgo con lui per scambiare due parole. Poco dopo qualcuno si avvicina:
“Dobbiamo portare questi giornalisti sulla Madleen.”
Scendo e lascio loro il posto.
Mi avvicino allora al gommone di Alessandro. Dei cinque skipper, ne conoscevo quattro. Mio cugino non c’era; al suo posto, un ragazzino.
Salgo con Alessandro e gli dico: “Per favore, fammi fare un giro che sto morendo di caldo.”
Lui sorride: “Resta qui con me in barca.” Poco dopo carichiamo anche noi dei giornalisti e andiamo a fare riprese intorno alla Madleen.
Dalla barca, Caoimhe invita i giornalisti a salire e insiste perché salga anche io. Dopo le visite, i gommoni portano a bordo i dodici membri dell’equipaggio e i restanti membri della FFC rimangono sui gommoni.
Ero l’unico “imbucato”.
Yasmine, da un altro gommone, mi manda un bacio: “Andrea, ogni volta che apriremo una bottiglia d’acqua penseremo a te.”

Un elicottero militare passa a bassissima quota, facendo un giro intorno alla Madleen. Sembrava una manovra intimidatoria.
Poco prima di salpare, Greta fissava la barca guidata dal ragazzino. All’interno c’era un altro giovanotto con la kefiah, che non smetteva di piangere. Forse era suo fratello, o un amico o forse il suo compagno.
Non ho mai avuto il piacere di parlare con Greta: era sempre nascosta, perché ogni volta che appariva, veniva assediata da giornalisti e curiosi.
Ma lì, in quel momento, le ho detto in italiano: “Buon viaggio, Greta.”
Lei mi ha sorriso e ha risposto, sempre in italiano: “Grazie.”

Abbiamo scortato la Madleen con i gommoni fino a tre miglia dalla costa. Poi hanno spiegato le vele e si sono allontanati, fino a sparire oltre l’orizzonte.

Il giorno dopo ero di nuovo a lavoro, impegnato nel boschetto della scuola.
Ricevo un messaggio da Zohar: “Domani parto. Se riesci, passa dalla Handala per un saluto.”
Pochi minuti dopo, arriva la professoressa Lucia con una gigantesca bandiera palestinese lunga sei metri.
Mi dice che il giorno dopo, durante l’evento, sarebbe intervenuta Irene, la figlia di Alfonso.
Allora propongo: “Vi va se vengo con Zohar della Freedom Flotilla Coalition?”
Anche la preside, accetta senza esitare.

E così, per la stipula del Patto Educativo di Comunità di Librino, alla presenza dell’assessore alla pubblica istruzione del Comune di Catania – un leghista – ci siamo presentati con una bandiera palestinese che copriva tutto l’edificio scolastico, e con Zohar, del direttivo della Freedom Flotilla Coalition.
Non sono mancati momenti di tensione, ma nel suo discorso la preside ha giustificato la sua scelta… e ci ha fatto piangere.
Poi è svenuta, ed è stata portata via in ambulanza.

Martedì, Giovanna mi racconta che il ragazzino che guidava il quinto gommone era suo nipote. È stato proprio lui a imbarcare Greta Thunberg, ed è tornato a casa completamente eccitato, raccontando tutto alla madre.
Le ha spiegato che quella è una missione pericolosa, e che la nave precedente era stata bombardata a Malta.

Il mio racconto finisce qui.
Ma è necessario continuare a mantenere i riflettori accesi sulla Madleen, che sta cercando di raggiungere Gaza.
Non deve succedere nulla a Thiago, Yasmine, Greta, Suayb, Marco, Reva, Sergio, Baptiste, Omar, Pascal, Rima e Yanis.
Dentro quella barca ci siamo tutti noi.
E c’è la speranza di riscatto di tutto il genere umano.