Proponiamo, nel contesto del dibattito su neo-operaismo e decrescita, una riflessione di Christian Marazzi che ci pare particolarmente utile. Si tratta di un ampio estratto dalle risposte di Marazzi al questionario della rivista Etica & Politica sul reddito di base, curato da Emanuele Leonardi e Giacomo Pisani. Abbiamo l’impressione che queste argomentazioni siano niente meno che necessarie per comprendere la dimensione ecologico-riproduttiva del reddito di base nella crisi capitalistica contemporanea (Francesca Coin e Emanuele Leonardi)

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Quesito 2: Di fronte al declino della soggettività “lavorista” su cui si è costruita la mediazione costituzionale novecentesca e a una produzione sempre più eterogenea, il welfare assicurativo di matrice fordista si dimostra inadeguato a garantire le protezioni sociali necessarie a un numero sempre più ampio di soggetti. Si assiste, contemporaneamente, all’emersione di nuove forme di lavoro cooperativo – nell’ambito della cosiddetta sharing economy – che coniugano l’ampia inclusività dell’accesso e della gestione con una proprietà privatistica ed escludente, che ha favorito una rimodulazione delle dinamiche di accumulazione capitalista. Che ruolo può avere il reddito di base in questo quadro? Preso singolarmente, può esso costituire una risposta all’insicurezza sociale, ponendo le basi, al contempo, per una nuova idea di cittadinanza inclusiva e plurale?

La prima cosa da dire è che quando si parla di reddito minimo universale c’è sempre la possibilità di inserirlo in una quadro analitico legato alla teoria della giustizia. Se vogliamo, si tratta di un taglio “kantiano”, che ha naturalmente tutta la sua nobiltà e pertinenza. C’è poi un altro modo di affrontare la questione, più legato alla giustizia distributiva ma sempre vicino all’ambito della teoria morale. Io credo si debba invece parlarne nei termini di una necessità, enfatizzando l’avvenuto passaggio dal rapporto tra capitale e lavoro a quello tra capitale e vita (di cui in Italia abbiamo discusso fin dagli anni Settanta).

Nel frattempo le cose sono cambiate profondamente e per molti versi stanno precipitando – si pensi soltanto alla metamorfosi del lavoro (precarizzazione e digitalizzazione) e alla crisi conclamata dell’architettura fordista dello stato sociale. Siamo ormai dentro la quarta rivoluzione industriale, il capitalismo delle piattaforme la gig economy. Insomma, stiamo entrando in una fase in cui si distruggeranno ben più posti di lavoro di quanti ne verranno creati. Come potrà questo saldo negativo garantire la continuità dei diritti sociali?

Da questo punto di vista è importante non limitarsi a leggere nel reddito di base una misura redistributiva. C’è infatti tutto un lavoro che si attua all’interno del rapporto capitale-vita e che travalica le forme di remunerazione tra capitale e lavoro. Ed è un lavoro altamente produttivo, commisurato alle nuove dinamiche di accumulazione. Il reddito di base dovrebbe dunque fungere da remunerazione di questo lavoro.

Di nuovo, ci sono due dimensioni che concorrono a definire il reddito minimo garantito: quella di teoria morale relativa alla redistribuzione e quella di critica dell’economia politica che riconosce la necessità di remunerare un’attività che partecipa della creazione del valore. A me pare che la linea da seguire sia la seconda, anche perché altrimenti si cade in una vera e propria trappola: quella di giustificare l’implementazione del reddito di base a partire dallo stato sociale dato (come è puntualmente avvenuto in Svizzera). Si tratterebbe quindi di una riallocazione delle prestazioni sociali vigenti nell’ottica di una loro confluenza in una forma unica di erogazione di reddito. Questa è una trappola perché non è affatto detto che una tale sostituzione comporterebbe un miglioramento della situazione! Sarebbe certo una semplificazione, però si correrebbe il rischio di eliminare una serie di prestazioni interstiziali e aggiuntive che, alla fine dei conti, potrebbero addirittura portare a una diminuzione in termini assoluti del reddito sociale. Tant’è vero che, in Svizzera, il Partito Socialista si è spaccato: se da un lato si è ammesso un certo interesse per questa misura, dall’altro ha prevalso il semplice ragionamento legato ai rischi.

Quesito 4: Nella sua forma “classica”, o fordista, il welfare aveva stabilito una particolare relazione con il sistema produttivo: quest’ultimo fungeva da elemento centrale (creazione diretta e distribuzione primaria di ricchezza) mentre il primo agiva da ente periferico (azione ridistribuita finalizzata alla tutela individuale e collettiva in caso di fallimento del progetto economico). A sua volta il sistema produttivo si basava sulla centralità del salario in quanto istituzione-chiave della mediazione sociale, cioè sul lavoro subordinato come architrave dell’accesso alla cittadinanza e sulla piena occupazione come obiettivo di fondo della politica economica.

Crediamo sia importante sottolineare come l’elasticità, la forza centripeta dell’istituzione-salario richiedesse alcune condizioni per risultare funzionale, una delle quali è la divisione sessuale del lavoro – denunciata in modo convincente dall’economia politica femminista – e quindi da un lato l’invisibilizzazione del lavoro domestico femminile e dall’altro il disciplinarmente del lavoratore salariato maschio. Come ha ben messo in luce Silvia Federici (1972), la lotta per il salario al lavoro domestico aveva un duplice obiettivo: in primo luogo mostrare la rilevanza del lavoro femminile extra-salariale per la valorizzazione capitalistica, cioè renderlo visibile, de-naturalizzarlo. In secondo luogo salarizzare il lavoro domestico significava scardinare irrimediabilmente il sistema delle compatibilità capitalistiche.

In una situazione, come quella attuale, in cui il lavoro di riproduzione (femminile e non) si sovrappone sempre più al lavoro produttivo classicamente inteso, è possibile pensare al reddito di base come risposta all’internalizzazione della variabile di genere nella valorizzazione capitalistica? Se sì, si tratta della conquista di un grado di libertà superiore in un processo ormai irreversibile, oppure di una nuova modalità, ancor più intensa, di sfruttamento?

C’è un dato interessante che riguarda la produttività nei paese avanzati: essa si è appiattita attorno all’1% negli ultimi due decenni. Bisognerà quindi cominciare un ragionamento sulla produttività nascosta che è fatta di attività che noi svolgiamo, talvolta inconsapevolmente, e che non vengono riconosciute. È qui che siamo fortemente debitori della critica femminista, che si è poi allargata a nuovi ambiti. Si tratta di capire che noi produciamo anche al di fuori di quelli che sono i rapporti diretti tra capitale e lavoro. Ci troviamo di fronte alla gratuità del lavoro: essa esiste fin dalla scoperta ottocentesca del plusvalore, ma oggi riguarda in particolare la sfera della circolazione, nella quale noi produciamo quelle informazioni che sono la linfa del nuovo capitalismo digitale. Informazioni – i cosiddetti big data – che hanno a che fare con la nostra vita e che costituiscono il capitale fisso degli algoritmi – che a loro volta eliminano sempre più tipologie di lavoro remunerato. Ma qui torniamo al ragionamento elaborato rispetto al Quesito 2.

Quesito 5: Nella domanda precedente abbiamo accennato all’invisibilizzazione del lavoro domestico femminile come condizione dell’elasticità per così dire onnivora dell’istituzione-salario. Una seconda condizione è la non-contabilizzazione della variabile ecologica nell’analisi economica. Infatti, a differenza dei fattori della produzione (capitale e lavoro), l’ambiente naturale è stato pensato in termini di simultanea gratuità e inesauribilità, finendo ai margini della riflessione sulle politiche di welfare – almeno fino agli anni Ottanta. Claus Offe (1992) ha mostrato come come il nesso produttivista tra sicurezza sociale e sviluppo economico – cementato dal duplice obiettivo della crescita continua e della piena occupazione – non solo implichi un impatto dirompente sull’ambiente naturale ma freni fortemente politiche volte alla protezione ambientale in quanto inclini a privilegiare la preservazione delle risorse rispetto alla crescita. In una situazione, come quella attuale, in cui la lotta al cambiamento climatico e al deterioramento ecologico in generale non può essere ulteriormente procrastinata, è possibile pensare al reddito di base come liberazione dal dogma della crescita e come architrave di un welfare post-produttivista?

Il reddito di base non è finalizzato solo al rilancio della domanda aggregata di keynesiana memoria. Si tratta anche, forse soprattutto, di monetizzare una domanda potenziale che ancora non c’è perché il lavoro gratuito e la sua produttività nascosta non sono riconosciuti. Qualche tempo fa, in “Bioreddito e risocializzazione della moneta”, scrivevo:

“Nel fordismo era la riproduzione salariale della forza-lavoro che garantiva la continuità del circuito capitalistico: come dire che il salario fungeva da tallone e misura del valore. Il salario era l’equivalente dell’oro nel regime del ‘gold standard’, funzionava da misura e da standard del valore. È nel momento in cui i processi di valorizzazione incominciano a fuoriuscire dai confini, prima nazionali e poi sempre più dai confini della fabbrica, che il salario (anche quello sociale erogato dal welfare state) entra in crisi nella sua funzione di misura e standard del valore. Qui veramente si può parlare di un passaggio a una regolazione bio-monetaria del circuito del capitale, nel senso che il denaro creato ex nihilo è versato sempre meno come salario della forza-lavoro, e sempre più come salario del corpo dei lavoratori. Un corpo che viene disciplinato dal capitale non più attraverso la costrizione spaziale al lavoro di fabbrica, ma attraverso la sua costrizione a produrre valore in ogni spazio esistenziale. Insomma, ciò che garantisce la continuità del capitale, oggi più che mai, è la riproduzione della sottomissione (la sussunzione) del corpo della forza-lavoro a processi di produzione di valore incentrati sulla mera esistenza, sul semplice vivente”[1].

Ponevo insomma il problema della remunerazione della vita. Ma avrei potuto tranquillamente chiamarlo eco-reddito per distanziarlo dal nesso produttivista che ha caratterizzato la stagione fordista. Infatti la questione non è soltanto quella di riconoscere in termini di retribuzione il lavoro gratuito e riproduttivo, bensì anche quella di permettergli di sottrarsi alla morsa infernale del consumismo; di concedergli spazi e tempi per ridefinirsi. Qui la chiave di volta è legare reddito e riproduzione della vita – e dell’ambiente che necessariamente le fa da contesto. Mi riferisco a forme di organizzazione territoriali, alla riformulazione del rapporto tra città e campagna, alla nuova attenzione per le filiere alimentari e così via. Si tratta in qualche modo di fornire un reddito allo sviluppo delle alternative, alla trasformazione del tempo libero e alla ricerca di nuove modalità d’uso delle informazioni.

In sua assenza questi impulsi trasformativi vanno a nutrire il capitale. Il capitalismo delle piattaforme non è altro che la vampirizzazione di ogni forma di vita. Non c’è scampo: finché non si allenta questa morsa rimaniamo bloccati. E questa morsa si può allentare in primo luogo ripensando forme originali di rifiuto del lavoro produttivo. Non operare questo passaggio significa restare in un quadro di riferimento redistributivo-keynesiano. Non è poco, certo, ma occorre andare oltre, sperimentare forme inedite di rapporto con l’ambiente, l’alimentazione, l’alterità. Insomma: pensare e agire la vita al di là della costrizione al lavoro.

[1]    Marazzi C., “Bioreddito e risocializzazione della moneta”, in Id., Il comunismo del capitale, Verona, ombre corte 2010, pp. 227-228.

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