Mohammad Maljoo è un economista che vive e lavora a Teheran. Il suo lavoro si concentra su questioni relative alle lotte dei lavoratori/trici e alla trasformazione delle relazioni capitale-lavoro nell’Iran post-rivoluzionario. Ha pubblicato ampiamente su questi temi in diverse lingue. Ha tradotto vari libri sul tema della formazione del capitalismo e del proletariato in persiano. Questa intervista ha avuto luogo nell’agosto 2016 a Teheran

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Dopo la firma del cosiddetto accordo sul nucleare a Vienna[1] nel luglio del 2015 e con la progressiva eliminazione delle sanzioni economiche contro Teheran, enormi cambiamenti economici sembrano attendere l’Iran. Si prevedono massicci investimenti diretti dall’estero nonché la totale integrazione del paese nel sistema neo-liberale globale, con conseguenze potenzialmente negative per i lavoratori iraniani. È questo quello che succederà?

Penso che sia impossibile rispondere a questa domanda senza prima affrontare la questione del potere dei lavoratori e della classe operaia in Iran, questione centrale alla domanda che hai posto. Infatti la configurazione futura della relazione tra capitale e lavoro dipenderà da questo fattore. Quindi vorrei partire da qui. Dalla fine della guerra tra Iran e Iraq nel 1988, i governi iraniani che si sono succeduti sono prepotentemente entrati nella gestione del rapporto tra lavoratori/trici e datori di lavoro. In particolare, sono sei le politiche governative cruciali alla perdita di potere di negoziazione da parte dei lavoratori, la principale dinamica nella configurazione della relazione tra capitale e lavoro dalla fine della guerra ad oggi.

La prima politica é stata la precarizzazione del mercato del lavoro. Dopo la fine della guerra e nel quadro della cosiddetta ricostruzione postbellica, o sāzandegi, il governo ha per la prima volta introdotto i contratti temporanei. Si stima che, nel 1989, ovvero un anno dopo la fine della guerra, solo il 6% della forza lavoro in Iran avesse un contratto temporaneo. Oggi, tale percentuale é cresciuta raggiungendo il 93%. Questa massiccia precarizzazione è avvenuta sia nel settore pubblico che privato.

La seconda politica è stata la creazione, sostenuta dallo stato, di agenzie interinali e altri attori intermedi nella relazione tra datore di lavoro e lavoratori/trici. Le prime agenzie interinali sono apparse in Iran verso la metà degli anni 90. Esse legalmente interferiscono nel rapporto di lavoro, interrompendo la relazione giuridica diretta tra le due parti. Si stima, anche se non ufficialmente, che circa 3 milioni di lavoratori siano reclutati attraverso queste agenzie. Questi lavoratori hanno perso molto in termini di potere contrattuale e di accesso ai diritti in materia di salute, assicurazione, congedi parentali ecc.

Il terzo intervento governativo é stato in materia giuridica. Nel 1999 avvenne la prima riforma, approvata dal Parlamento, dello statuto dei lavoratori. Questa riforma escludeva le officine con cinque o meno lavoratori dallo statuto e dalla copertura del diritto del lavoro. Essa si basava su un’altra disposizione legale che prevede che un giudice (o il Parlamento) possa escludere piccole officine dal regime giuridico vigente in base al giudizio personale ma solo temporaneamente. La legge del Parlamento nel 1999 era infatti temporanea ed è rimasta in vigore fino al 2002. Nel 2002, l’allora governo riformista, guidato da Mohammad Khātami[2], ha deciso di cambiare nuovamente la legge. Con un decreto governativo, il Ministro del Lavoro Hosseini stabilí che le officine con dieci o meno lavoratori fossero esenti dalla legislazione esistente per un periodo di tre altri anni. Nel 2005, il decreto è stato rinnovato per ulteriori tre anni. Nel 2007, l’Alta Corte del Lavoro è intervenuta abolendo il comma che prevedeva la natura temporanea delle modifiche. Così, l’esclusione delle botteghe artigiane e dei loro lavoratori dalla copertura della legge sul lavoro è divenuta permanente.

Vi sono alcuni dettagli importanti da menzionare. In primo luogo, la presente legge esclude i lavoratori da soli 36 articoli che compongono la legislazione sul lavoro. Tuttavia, questi 36 articoli sono quelli che consolidano il potere contrattuale dei lavoratori nel loro rapporto con il datore di lavoro e che elencano i diritti dei lavoratori, sia in materia di contrattazione che di tutele (salute, congedi, distaccamenti ecc.). Ciò significa che, mentre formalmente la legge esclude i lavoratori dalla copertura di “soli” 36 articoli, la loro esclusione é totale. Il secondo punto riguarda la capacità delle aziende di circumnavigare la legislazione. Non esistono dati ufficiali su questo, ma osservazioni personali e di altri colleghi rivelano che anche le aziende con più di 10 lavoratori possono raggirare la legge grazie al sistema di appalti e subappalti che caratterizza il mercato del lavoro. Ad esempio, un’azienda esternalizza un appalto ottenuto a diverse aziende, con meno di 10 dipendenti, attraverso il sistema del subappalto. In questo modo, le grandi aziende possono essere esentate dalla legge. Tuttavia, indipendentemente da ciò, possiamo stimare che oltre il 50% dei lavoratori iraniani sono privati dei loro diritti e non possono agire attraverso il codice del lavoro.

La quarta politica governativa strumentale nell’indebolimento del potere dei lavoratori è stata la dismissione in massa di dipendenti pubblici. Storicamente parlando, in Iran il settore pubblico ha occupato una parte massiccia della società. Dopo la fine della guerra, tuttavia, i dipendenti pubblici, in larga parte provenienti dalle fasce meno abbienti della società, sono stati espulsi dal settore pubblico e costretti al mercato del lavoro privato. Secondo le statistiche della Banca Centrale, nel 1992, il 34% dei lavoratori nelle zone urbane era impegato nel settore pubblico mentre nel 2014, soltanto il 18% della stessa popolazione ha un lavoro nel pubblico. Inoltre, nel 1992, solo il 25% della popolazione urbana impiegata lavorava nel settore privato, mentre nel 2014 tale percentuale è salita al 42%. Questo cambiamento è parte di uno sforzo costante da parte dello stato di spostare i lavoratori dal settore pubblico a quello privato. Ciò significa che la forza contrattuale dei lavoratori è notevolmente diminuita, se contestualizziamo questi dati nel quadro legale già discusso.

L’ultima politica governativa che voglio discutere è il sesto capitolo dello statuto del lavoro, che regola l’attività e la rappresentanza dei lavoratori. Le autorità contemplano solo tre tipi di organizzazione di lavoratori: i consigli islamici del lavoro, le società cooperative e i singoli rappresentanti – questi non sono un’organizzazione collettiva, bensí individui che agiscono come rappresentanti di un gruppo di lavoratori. I consigli islamici del lavoro, o shourā-ye eslāmi-e kār, sono consentiti in qualsiasi posto di lavoro con 35 lavoratori permanenti o più[3]. Le società cooperative, o anjomanhā-ye senfi, possono essere formate in quei luoghi di lavoro dove non esistono i consigli e dove 10 o più di 10 lavoratori sono permanentemente impiegati. In tutti gli altri casi, infine, singoli individui possono fungere da rappresentanti dei lavoratori.

Questi tre tipi di rappresentanza pongono diversi problemi. Innanzitutto, non é contemplata alcuna rappresentanza per i lavoratori disoccupati. In secondo luogo, gli organismi collettivi previsti dalla legge non riescono a penetrare le piccole officine. In terzo luogo, il loro raggio di azione non include aziende statali di grandi dimensioni. Infatti, fino al 1998, la legge ha proibito qualsiasi tipo di consiglio del lavoro nelle grandi aziende pubbliche. Nessun shourā e nessuna anjoman-e senfi potevano essere formate. Nel 1998 tale limitazione è stata rimossa, ma la realtà è che le cose non sono cambiate per i dipendenti pubblici. In quarto luogo, tutte quelle organizzazioni o gli individui che rappresentano i lavoratori devono ottenere l’approvazione del Ministro del Lavoro, una condizione che indebolisce notevolmente la loro capacità di agire in modo indipendente. Ma attenzione: i rappresentanti dei lavoratori non solo devono ottenere l’approvazione ministeriale, ma anche l’approvazione dei datori di lavoro, vale a dire di coloro che dovranno affrontare per difende i diritti dei lavoratori. I nostri cosiddetti sindacati, pertanto, finiscono per rappresentare i datori di lavoro e gli interessi dello stato piuttosto che gli interessi dei lavoratori. Diventa ora chiaro perché il potere contrattuale dei lavoratori iraniani è debole, come lo è la loro identità collettiva.

All’inizio, hai menzionato l’accesso dell’Iran al mercato globale. Tuttavia, credo che questa non sia una prospettiva scontata, anzi. L’opposizione all’accordo nucleare è infatti molto forte sia in Iran che negli Stati Uniti[4] e nessuna parte si sta impegnando seriamente per adempiere alle condizioni previste dal trattato. In ogni caso, io sono scettico sul fatto che l’Iran seguirà la strada di altri paesi in via di sviluppo che hanno avuto accesso al libero mercato. Gli investimenti diretti esteri arriveranno in Iran, ma non a beneficio dell’economia. Attraverso di essi, gli investitori si approprieranno delle risorse naturali e di parte del patrimonio energetico e ambientale del paese, senza alcun trasferimento tecnologico. In questo senso, l’Iran difficilmente percorrerà la strada di altri paesi del Sud-est asiatico.

Nonostante tutti gli ostacoli che hai descritto, peró, i lavoratori iraniani hanno dimostrato una grande vitalità, quando si tratta di protestare. Alcuni gruppi professionali sono più mobilitati di altri ed è abbastanza ben noto che gli insegnanti, gli autisti di autobus, gli operai delle industrie estrattive e dello zucchero sono stati attivi nel protestare le condizioni di lavoro e gli stipendi non percepiti. Il caso dei lavoratori della miniera d’oro di Aq Darreh[5] nell’Iran nord-occidentale è solo l’ultimo esempio, che ha persino ricevuto una certa attenzione dai media internazionali.

Hai ragione nel dire che gli episodi di protesta sono numerosi, ma dobbiamo considerare quanto violentemente essi siano repressi. Il Ministero del Lavoro, i servizi di intelligence e la polizia politica reprimono tutti i tentativi di organizzazione e formazione di una identità collettiva dei lavoratori. Abbiamo imprigionamenti e azioni della magistratura nei confronti dei lavoratori che osano mobilitarsi. Vi è un rischio enorme nel condurre una lotta indipendente. A causa dei vincoli strutturali descritti in precedenza, le condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori iraniani sono andate peggiorando dalla la fine della guerra in termini di salario, sostegno economico in caso di disoccupazione, sicurezza sul lavoro ecc.

Le organizzazioni dei lavoratori esistenti fanno pare di questo quadro. La più potente forza organizzativa è rappresentata dai consigli islamici del lavoro, che forniscono anche una base per un’identità collettiva. Le shourā, tuttavia, sono storicamente e politicamente legate alle forze imprenditoriali e di governo che sostenevano le amministrazioni Rasfanjani (1989-1997). I consigli sono stati regolati nel 1990 e raggruppati nella Casa dei lavoratori, e sono legati al gruppo politico Kārgozarān, che ha sostenuto i governi di Rafsanjani. Le medesime shourā oggi non sono lontane dal cosiddetto gruppo moderato (e’ttedāl), guidato dal presidente Rouhāni.

Dopo l’ascesa della coalizione elettorale Dovvom-e Khordād nel 2000 a sostegno del governo riformista guidato da Mohammad Khātami (1997-2005), l’amministrazione decise di aderire all’Organizzazione Mondiale del Commercio. Uno dei requisiti per farlo è quello di ottenere l’approvazione dell’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che certifica l’esistenza di sindacati indipendenti in Iran. Era chiaro che le shourā non avrebbero ottenuto l’approvazione dell’ILO, e quindi il governo di Khātami decise di promuovere le società cooperative, o anjomanhā-ye senfi, sperando di ottenere così l’approvazione dell’ILO. Allo stesso tempo, intorno alla metà dei 2000, emersero due importanti organizzazioni: il sindacato degli autisti di autobus e il sindacato di Haft Tappeh, legato alla medesima industria dello zucchero. Essendo questi due sindacati indipendenti, essi hanno cercato di catturare di Khātami proponendosi come candidati per il vaglio dell’ILO. Anche se questo stimolò l’interesse del gabinetto di Khātami, il Tribunale del Lavoro non riconobbe l’esistenza di questi due sindacati e la loro presenza nei luoghi di lavoro, preparando la strada per la loro repressione.

Così, mentre i consigli islamici sono legati a Kārgozarān e al governo di Rafsanjani, le società cooperative lo sono alle amministrazioni di Khātami e alla coalizione Dovvom-e Khordād. Durante i governi di Ahmadinejād (2005-2013) abbiamo avuto l’emersione dei rappresentanti individuali dei lavoratori. Questo ultimo sviluppo è il punto più basso della storia del potere dei lavoratori in Iran, una traiettoria già tendente al peggioramento.

Il controllo delle mobilitazioni dei lavoratori avviene anche attraverso le attività dei servizi di intelligence. In ogni luogo di lavoro c’è un organismo di vigilanza (herāsat) legato ai servizi segreti e alla polizia politica. Questi comitati di sorveglianza controllano le attività dei lavoratori, inviando rapporti ai Ministeri del Lavoro e ai servizi di intelligence, nonché al Presidente della Repubblica, ogni mese. Questi rapporti sono segreti e molto dettagliati. Essi contengono la descrizione delle proteste dei lavoratori, il sostegno ottenuto sul posto di lavoro, informazioni sull’azienda (numero di lavoratori, attività, ecc), sulla gestione dei conflitti e possibili negoziati…

E tuttavia, i lavoratori si mobilitano…

L’origine delle mobilitazioni deve essere cercata tra i lavoratori non organizzati. Vi sono alcune organizzazioni sindacali che hanno ricevuto grande attenzione dai media internazionali, ma sono per lo più virtuali. Sto parlando di organizzazioni quali Ettihad-e Azād-e kāregarān (Unione libera dei lavoratori), il Kanun-e Modāf’ān-e hoqouq-e kāregar (Associazione dei difensori dei diritti del lavoratore), il sindacato dell’industria dello zucchero Haft Tappeh e il sindacato degli autisti di autobus… Oggi queste organizzazioni hanno poco potere di mobilitazione dei lavoratori sui luoghi di lavoro. Sono in contatto con alcuni lavoratori, ma sono deboli. Sono molto presenti su Internet e il loro nome circola ampiamente nella sinistra all’estero e sulla stampa estera. Ma difficilmente riescono a organizzare i lavoratori o a influenzare i centri di potere. Spesso succede che i lavoratori si mobilitino in modo indipendente e in seguito, sono queste organizzazioni a circolare l’annuncio delle proteste, reclamandone cosí la genitorialità. Scioperi e proteste per lo più emergono dalla volontà dei lavoratori non organizzati. Queste azioni hanno alcune caratteristiche.

Innanzitutto, si tratta di azioni spesso non coordinate e male organizzate. Queste proteste sono come funghi, nel senso che compaiono e scompaiono rapidamente. Il loro ciclo di vita è molto breve e non esiste alcuna rete di supporto che permetta alle proteste di sopravvivere a lungo.

In secondo luogo, i lavoratori che si mobilitano sono pionieri. Non si tratta necessariamente di membri “coscienti” della classe operaia. Essi non agiscono per il socialismo. Agiscono perché soffrono. Hanno una immediata necessità (pagare l’affitto, iscrivere i bambini a scuola e pagare le tasse…) e non hanno altra scelta se non entrare in azione. Si tratta di veri e propri pionieri, in questo senso, sono i pionieri delle proteste nei loro ambienti di lavoro.

In terzo luogo, indipendentemente dal successo delle loro azioni, prima o poi questi lavoratori vengono espulsi dal mercato del lavoro formale. Ho lavorato con i “pionieri” nel settore petrolifero, ma le mie osservazioni sono estendibili a tutti i settori produttivi. Al fine di trovare un nuovo lavoro dopo che si è stati impiegati già una volta, tutti i lavoratori hanno bisogno una lettera di raccomandazione dall’ultimo datore di lavoro. Ciò significa che prima o poi il datore di lavoro, pubblico o privato che sia, allontanerà i “pionieri” senza fornire loro alcuna lettera. Ciò significa che i “pionieri” scompariranno dal settore produttivo in cui erano precedentemente impiegati. Che cosa accade loro? Ho seguito sei lavoratori “pionieri” licenziati senza la lettera. Ancora una volta, queste storie possono essere generalizzate. Sono stati esiliati nell’economia parallela, informale e urbana caratterizzata condizioni di vita e di lavoro ancora più precarie, diventando venditori ambulanti (daste-furushi) o lavoratori a giornata del settore agricolo.

In quarto luogo, le proteste hanno una vita breve anche sui media, che rivolgono loro poca attenzione e in maniera non costante. Raramente le ragioni che portano a una protesta sono spiegate, come raramente gli sviluppi successivi alla protesta sono seguiti. Ciò significa che gli stessi lavoratori hanno informazioni scarse sulle azioni organizzate da colleghi in altri settori o altre zone del paese. Non si riesce a costruire reti e a condividere le informazioni all’interno dello stesso settore produttivo, figuriamoci se si riescono a condividere informazioni tra diverse province dell’Iran o tra i vari settori economici. Ci sono poche azioni simultanee e c’è una palese mancanza di coordinamento tra coloro che protestano.

In quinto luogo, le proteste si rivolgono al datore di lavoro immediato, che di solito è in subappaltato da un altro datore di lavoro. In un tale sistema, simile a una scatola cinese, come è stato discusso in precedenza, i lavoratori difficilmente indirizzano le loro domande ai livelli alti della gerarchia o al ministero, non estendendo la loro critica a tutto il regime politico ed economico. Invece, si rivolgono al datore di lavoro a loro più prossimo. Questo ha conseguenze significative sulla creazione di una più ampia coalizione con altre forze sociali e politiche, perché le richieste dei lavoratori non sono generalizzate in qualcosa di rilevante per la società in generale. Quindi, anche se le proteste nel mondo del lavoro sono frequenti, sono molto deboli politicamente parlando. Almeno per il momento.

La mancanza di una coalizione o alleanza inter-classe é un dato molto evidente se si paragona, ad esempio, l’Iran all’Egitto. Nel caso dell’Egitto, la solidarietà che la classe media urbana ha esteso ai lavoratori fu cruciale cruciale per il successo della rivoluzione. Vedi oggi una possibilità in questo senso?

Io non posso prevedere il futuro, perché esso scaturisce dalle lotte ed è difficile prevedere le lotte. Penso che la società iraniana stia per addentrarsi in un intenso periodo di ingovernabilità. L’Iran è simile a una persona ubriaca, i cui piedi si muovono ma non sappiamo in quale direzione. In tali circostanze, ci sono delle opportunità per organizzarsi. Spetta ai lavoratori e agli attivisti utilizzare questa opportunità.

In termini di solidarietà tra classi, l’Egitto ha visto la formazione e il consolidamento di una coalizione tra avvocati, vale a dire influenti professionisti della classe media, lavoratori e attivisti provenienti da organizzazioni illegali. Le loro traiettorie convergevano, mentre in Iran divergono. La maggior parte degli avvocati iraniani, non tutti naturalmente, concentrano il proprio lavoro sul consolidare diritti liberali: democrazia politica, libertà di parola, diritti di proprietà, ma difficilmente includono giustizia sociale, diritti dei lavoratori e ridistribuzione della ricchezza. Non capiamoci male: anche i lavoratori vogliono i diritti civili e politici. Tuttavia, storicamente, la borghesia è stata ostile, almeno in Iran, ad alcune delle richieste dei lavoratori, come per esempio mettere un freno al processo di privatizzazione. Tradizionalmente, la classe media vede favorevolmente la riduzione del ruolo del governo nell’economia, sostiene la liberalizzazione del commercio e delle importazioni ed esportazioni e l’adesione all’Organizzazione Mondiale del Commercio… I lavoratori, invece, vedono queste misure come un pericolo per i loro interessi.

Anche se vi sono molte proteste, non esiste alcuna organizzazione in grado di incanalare le richieste dei lavoratori. Ecco perché tumulti disordinati e le “rivolte del pane” sono una realtà sempre più probabile in Iran. In una situazione del genere, storicamente, la classe media reagisce cristallizzando le istanze di cambiamento nella difesa dei propri interessi. In una situazione del genere, la classe media potrebbe anche sostenere un intervento militare per reprimere i lavoratori e le proteste di altre classi subalterne. La classe media in Iran è apparentemente rivoluzionaria, ma in realtà ha paura di una rivoluzione. Essa vuole una rivoluzione sulla scena politica e, persino in questo caso, deve essere un cambiamento graduale e riformista. In termini economici, essa é conservatrice e non domanda la fine della mercificazione dell’ambiente e della forza lavoro.

In questo senso, penso che abbiamo raggiunto la fine di un mito. Nel dopoguerra, la classe media è stata considerata un agente di cambiamento. Oggi, la classe media in Iran, ovvero la maggior parte della popolazione, è sterile, persino neutra, politicamente. Non sembra esprimere alcuna agency. Mi riferisco qui alla situazione corrente in seguiti alla vittoria elettorale di Hassan Rouhāni, diventuo Presidente della Repubblica nel 2013, ovvero dopo altre tre importanti esperienze politiche: i governi di Khātami, di Ahmadinejād e le proteste del 2009 altresí conosciute come movimento verde[6].

Khātami e i riformisti hano tentato di consolidare il potere delle istituzioni elette a fronte dei i poteri non eletti che abbiamo in Iran – come la Guida Suprema (al presente, l’Ayatollah Khāmenei) e le cariche che essa controlla. I riformisti hanno cercato di farlo attraverso canali legali e costituzionali. Ma l’ascesa di Ahmadinejād la segnato la sconfitta di questo progetto. Nel 2009-2010, il movimento verde era in linea con il progetto politico riformista, ma con una differenza significativa, perché questa volta i riformisti hanno tentato di giocare al di fuori dei canali legali e costituzionali. Hanno invitato la gente a unirsi alle proteste in strada e ai disordini di quei giorni, cosa che, secondo l’interpretazione della legge proposta da chi è al potere, è un atto illegale.

Dopo queste esperienze, abbiamo Rouhāni. Rouhāni capito che il nemico, o le istituzioni non elette, sono molto forti e che possono interferire con il normale funzionamento del governo e dello stato a loro piacimento. Ha capito di dover consolidare un consenso nazionale tra la classe politica dirigente al fine di essere in grado di governare. Ovvero aprire un dialogo con i suoi rivali, assicurandosi la loro benevolenza, e lo ha fatto distribuendo loro rendite economiche e finanziarie, al fine di scongiurare un loro intervento, che potrebbe sconvolgere il processo elettorale, le negoziazioni sul nucleare, persino l’intera vita politica del paese. Rouhāni vuole evitare che questo accada, come vuole evitare lo scoppio di violenze nel paese. Oltre a distribuire rendite, Rouhāni ha rinunciato alle richieste politiche più radicali portate avanti durante la sua campagna elettorale: democrazia, diritti civili, de-securitizzazione della sfera pubblica e delle università, liberazione dei prigionieri politici. Ha posticipato questi obiettivi per il futuro, dopo che il consolidamento della borghesia di stato sarà completato.

In una situazione del genere, la classe media è immobilizzata. Non a caso le sue preoccupazioni principali oggi hanno a che vedere con la stabilità regionale: Iraq, Siria, Turchia, gli Stati Uniti, Afghanistan… in un certo senso, la classe media acquista sicurezza nazionale al prezzo di libertà politica. La paralisi è tale da rendere possibile uno scenario in cui i militari o qualsiasi altro agente in grado di una forte azione repressiva è chiamato all’azione se le rivolte di lavoratori e subalterni vengono considerate minacciose dalla classe media.

Questo mi ricorda in qualche modo la situazione in Europa. Hai parlato di ingovernabilità, che sembra essere un aspetto comune tra Iran ed Europa, nonostante le caratteristiche peculiari. In Europa, per esempio, l’ingovernabilità si é svelata non solo in termini di conflitto sociale, ma anche di frammentazione di quelle istituzioni che, nel senso comune, erano il tratto caratteristico dell’Europa progressista e social-democratica: pubblica istruzione, assistenza sanitaria accessibile, azione dello stato in difesa dei diritti civili – in qualche modo questo risuona con la tua descrizione della frammentazione dello stato e delle tutele sociali in Iran. L’ingovernabilità é oggi disciplinata in Europa attraversolo stato di emergenza e la guerra, che sembrano tradursi nel caso dell’Iran nell’ansia generale causata dagli sviluppi regionali. E a livello nazionale, il necessario consenso per il consolidamento del blocco dominante è stabilito per mezzo della distribuzione di rendite. Puoi dirci di più su questo ultimo punto?

Le rendite economiche e finanziarie per lo più provengono da tre politiche governative: la privatizzazione; l’aumento dei benefici economici elargiti ai dirigenti nel settore pubblico; e la mercificazione di servizi pubblici, come ad esempio l’istruzione elementare e superiore, e il sistema sanitario. In generale, il governo di Rouhāni sta limitando a grande velocità il ruolo dello stato nel settore pubblico, invitando il settore privato a fornire servizi ad un prezzo più elevato, così con un maggiore beneficio per la classe imprenditoriale. Questo viene fatto in contraddizione con la costituzione, che afferma che l’istruzione, la salute e il settore abitativo devono essere e rimanere pubblici. Naturalmente, coloro in grado di permettersi servizi privati sono gli strati più ricchi della società.

Chi ha investito in questi nuovi mercati creati dalle riforme di privatizzazione? I membri della coalizione di governo di Rouhāni, vale a dire coloro che sono inclusi nel suo progetto di coalizione, di blocco dominante. Rouhāni non ha alcuna reale intenzione di combattere la corruzione. Il recente scandalo riguardante gli alti salari dei dirigenti nel settore pubblico è solo un pallido riflesso della magnitudine di questo sistema di distribuzione delle rendite – una sorta di corruzione legalizzata[7].

Al fine di consolidare questa coalizione dominante, Rouhāni anche dovuto includere i suoi rivali politici. È per questo motivo che fino a poco tempo fa, Rouhāni non ha mostrato alcuna intenzione di tagliare il bilancio di istituzioni non elette, dipendenti dalla Guida Suprema il cui budget è peró approvato dal governo e dal Parlamento, quali fondazioni semi-pubbliche o bonyād, Sepāh-e pāsdārān o guardie rivoluzionarie, o degli uffici rappresentanti Khamenei. Fino a poco tempo fa, il loro budget è aumentato costantemente.

Le rendite consistono non solo nei nuovi mercati creati dalla privatizzazione o nei benefits elargiti nel settore pubblico, ma anche dall’estrarre valore dall’ambiente, ad esempio, trasformando le foreste e i bacini di acqua in una merce commerciabile.

Allo stesso tempo, il governo sta mettendo pressione su quelle fasce sociali che non sono in grado di organizzare e resistere efficacemente: la classe operaia, i poveri in contesti urbani e rurali e altri subalterni. Il salario minimo è ridicolo ma il divario tra esso e la linea di povertà è enorme, segnalando la disponibilità del governo ad abbassarlo ulteriormente. Il governo sa che i lavoratori non sono in grado e non hanno le risorse per organizzarsi e resistere. Allo stesso modo, non è un caso che l’ambiente sia mercificato con una violenza inaudita: non abbiamo nessun movimento ambientale organizzato in grado di fermare i piani del governo. È una questione di potere. In realtà, è un nudo riflesso dei rapporti di potere.

Hai parlato della privatizzazione come uno dei modi per distribuire le rendite e rafforzare il blocco dominante. Il progetto di khosusi-sāzi o privatizzazione è legato al governo di Ahmadinejād, durante il quale esso ha avuto un grande sviluppo – nonostante il fatto che Ahmadinejād si presentasse come il protettore dei diseredati e degli interessi pubblici.

Hai ragione, ma il progetto di privatizzazione inizia molto prima. Il primo piano quinquennale di sviluppo, risalente al 1989, già prevedeva delle privatizzazioni e la prima ondata ha avuto luogo nel 1991. A distanza di 16 anni, Ahmadinejād ha potuto portare avanti le privatizzazioni a una velocità senza precedenti perché nel 2006 è stato rivisto l’articolo 44 della costituzione per ordine della Guida Suprema Khāmenei. L’articolo elencava ciò che non si può privatizzare. La revisione ha aperto la strada per la privatizzazione, lasciando ben poco in quell’elenco.

Penso che non sia un caso che le privatizzazioni abbiano avuto una acellerata con Ahmadinejād. Durante gli 8 anni della sua presidenza, un gran numero di imprese e società pubbliche divenne proprietà delle forze militari e di fondazioni para-statali come Ostān-e Qods, legata ai circoli governativi allora al potere. Rouhāni privilegia altri soggetti. Non solo le istituzioni religiose e militari beneficiano oggi delle privatizzazioni, ma anche individui e gruppi collegati a Kārgozārān e a Rafsanjāni e, in misura minore, ai riformisti.

La privatizzazione tuttavia non solo espropria gli iraniani e i gruppi sociali particolarmente deboli, come abbiamo già discusso. Essa, infatti, crea anche un circolo vizioso con rilevanti conseguenze economiche. Infatti, essa rafforza tre debolezze del sistema economico iraniano. La prima è la predominanza del capitale non produttivo (ovvero rendite generate dalla bolla immobiliare, per esempio) sul capitale produttivo (che proviene da attività economiche). La seconda è la forte presenza di capitale commerciale che indebolisce la produzione interna che porta alla riduzione della produzione nazionale; e in terzo luogo, il de-investimento invece del re-investimento delle eccedenze sul mercato interno, fattore che nel lungo termine provoca la fuga di capitali. In Iran, anche se abbiamo tutte le diseguaglianze proprie della una società capitalista, abbiamo una produzione capitalistica debole, quasi assente. Queste sono le peculiarità del capitalismo iraniano.

Coloro che beneficiano della presenza di capitale non-produttivo e commerciale, e dei de-investimenti, sono i membri dell’élite politica stessa, vale a dire i beneficiari della distribuzione delle rendite. Ne consegue che, se il governo persiste nella distribuzione delle rendite, non sarà in grado di gestire tre fenomeni nel vicino futuro: la debolezza della produzione, la mancanza di domanda interna e la fuga di capitali. Se si sostiene il sistema capitalista, almeno si dovrebbe farlo funzionare; e per farlo funzionare, è necessario eliminare il sistema di distribuzione delle rendite.

Alcuni in Iran rispondono che già paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno avuto fasi di de-industrializzazione dimenticando che questi due paesi sono parte di un sistema globale che fornisce loro surplus, evitando cosí crisi di ingovernabilità – almeno temporaneamente. In realtà, è impossibile consolidare il capitalismo senza la produzione capitalista. Il governo iraniano spera di colmare questa lacuna utilizzando le rendite del settore petrolifero, cosa per ora funziona ma che potrebbe non funzionare più data la situazione regionale estremamente instabile. Mentre è vero che il sistema economico neoliberale di maggior successo, ovvero l’economia statunitense, include enormi capitali finanziari e improduttivi, tali capitali sono stati generati dall’accumulazione di capitali produttivi. Infatti, l’eccedenza derivata da questi é stata re-investita in settori non produttivi, come il mercato immobiliare e finanziario. In Iran, il sistema funziona al contrario. L’eccedenza é quasi inesistente come lo é la produzione. La crescita del capitale non-produttivo, tra cui quello finanziario, è un problema, non un sottoprodotto della produzione economica.

Mi piacerebbe concludere la nostra intervista ritornando su un concetto che è stato presente in tutta la nostra discussione, vale a dire il concetto di classe. Vorrei chiedere come definisci “classe” in una società che parla poco di classe, una nozione che sembra irrilevante per la maggior parte degli iraniani, compresi gli attivisti politici.

Possiamo distinguere quattro definizioni di classe. La prima è strutturale. L’Iran, strutturalmente parlando, è una società divisa in classi. Strutturalmente abbiamo una classe operaia, e ci sono persone il cui un reddito dipende dalla loro abilità di vendere la propria forza lavoro.

La seconda definizione è classe come un modo di vivere, come stile di vita. Anche in questo senso l’Iran è una società divisa in classi. Le classi operaie hanno il loro modo distinto di vestire, parlare, persino di flirtare (matalak). Vivono in quartieri specifici con identità sociali specifiche. Questa distinzione é esigibile perché esistono enormi disuguaglianze in termini di stili di vita, e si interseca con altre dimensioni come genere e diversità etnica.

La terza definizione è classe come concetto, vale a dire come coscienza di classe. Se l’Iran è una società divisa in classi, come spiegato in precedenza, possiamo concludere che sia abitata anche da interessi opposti. Ma quanto sono coscienti i lavoratori iraniani? Questa è una domanda difficile e non credo di potervi rispondere. Tra gli attivisti e i lavoratori, vi sono persone coscienti e altre che non lo sono.

Per questo motivo, credo che sia più interessante esaminare questa questione in termini di potere e relazioni di potere. La quarta definizione è quindi classe come potere di classe e in particolare come forza della classe operaia in termini di azione collettiva. Da questo punto di vista, l’Iran non sembra nemmeno avere una classe operaia. Non ci sono organizzazioni che articolino il potere di classe tra i lavoratori. Pertanto, i lavoratori non si rapportano con gli altri soggetti sociali come classe e non si inseriscono in una rete di relazioni di classe.

Tuttavia, questa “classlessness” della classe operaia è di per sé un fenomeno di classe. Ovvero, la classe operaia non è una classe a causa della sua sconfitta per mano delle forze contrarie del capitale e dello stato. Lo stato iraniano e la borghesia sono infatti riusciti a paralizzare la classe operaia, e non solamente attraverso le forme di repressione e di sorveglianza discusse in precedenza. Ad esempio, i lavoratori difficilmente hanno rappresentanti diretti in Parlamento, poiché una disposizione di legge del 2010 obbliga tutti i candidati e i parlamentari per avere almeno una laurea. Alle forze di sinistra non è consentito organizzarsi in partiti o gruppi politici per partecipare al gioco politico istituzionale. Anche per questi motivi, il potere della classe operaia è molto limitato. Come abbiamo detto, le azioni degli operai sono frequenti, ma sono per lo più difensive e non offensive. Si potrebbe persino dire che politicamente parlando, non abbiamo nessuna classe operaia in Iran.

NOTE

[1] Si tratta del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) o barnāme-ye jāme’ aqdām-e moshtarak (BARJAM) in persiano, che prevede un piano di azione condiviso per il controllo e lo sviluppo del programma nucleare iraniano. L’accordo è stato raggiunto dopo quasi due decenni di ostilità e pesanti sanzioni commerciali contro la Repubblica Islamica, accusata di star sviluppando tecnologia nucleare per uso militare in segreto e in violazione dei trattati internazionali. La fine del regime sanzionatorio prevista dall’accordo è stata fondamentale nello spingere Teheran al tavolo dei negoziati.

[2] Governi successivi di Khātami governarono l’Iran tra il 1997 e il 2005. Sono popolarmente conosciuti come “i governi riformisti” che hanno cercato di riformare in senso democratico il sistema di governance della Repubblica islamica. Liberal-democratici in materia di diritti civili e politici, in campo economico i governi hanno attuato politiche di stampo liberale, frustrando le aspettative delle classi medio-basse e dei lavoratori.

[3] Le shourā lavorano sotto la supervisione della Casa dei lavoratori (Khāne-ye Kāregar), un’organizzazione governativa fondata nel 1369/1990. Ali Rabii e Ali Rezā Mahjoub, allora parlamentari e vicini al gruppo politico Kārgozarān che sosteneva il governo allora in carica, sono stati strumentali alla fondazione della Casa dei lavoratori.

[4] Gli esempi della sfiducia e ostilità che caratterizza l’implementazione del JCPOA son numerosi. Si vedano: ‘Leader: JCPOA proved US as not trustworthy’, Mehr News Agency, 1 Agosto 2016, e ‘Congress Takes Action on Iran’, The Iran Premier, 13 Luglio 2016.

[5] La protesta é ascesa a notorietà dopo che il datore di lavoro aveva denunciato le proteste dei lavoratori, in sciopero per i numerosi salari non percepiti. All’intervento delle forze dell’ordine, è seguita la sentenza del tribunale che ha condannato i lavoratori ad essere frustrati. Questo ordine ha causato ulteriori proteste e ha attratto visibilità. Le proteste tuttavia iniziarono anni addietro, e secondo alcune testimonianze, 5 lavoratori hanno perso la vita dall’inizio delle proteste.

[6] Le proteste scoppiate nel Giugno del 2009, in seguito alla rielezione di Ahmadinejād alla presidenza della Repubblica, sono comunemente designate con questo nome, che deriva dal colore adottato per la campagna elettorale di uno dei due candidate in opposizione ad Ahmadinejād, Mir Hossein Moussavi. Le proteste sis ono protratte fino al 2010, e sono state poi represse nel sangue.

[7] Si tratta dello scandalo dei salari stellari che i dirigenti nel settore pubblico percepiscono. Lo scandalo ha avuto inizio grazie a una segnalazione anonima, si crede riflesso di una lotta per le risorse interna alle elite politiche. Si veda Viviana Mazza, ‘Iran, scandalo sui salari dei dirigenti. Via i vertici di quattro banche statali’, Corriere della Sera, 1 Luglio 2016.

Fonte Foto: https://abbattoimuri.wordpress.com/, iranian-woman-protester1

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