Claudio Kulesko fa seguito all’articolo di Alice Dal Gobbo recentemente pubblicato sul nostro sito, per offrirci un diverso taglio di riflessione sul nesso antinatalismo-ecologia.

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Introduzione

Scopo di questo breve testo è proseguire e approfondire, da una prospettiva filosofica, la riflessione inaugurata dall’ottimo articolo di Alice dal Gobbo: “Un desiderio moralizzato, una vita contabilizzata: sull’ecologia vista dal punto di vista del Voluntary Human Extinction Movement”. Il tema è quello dell’antinatalismo, osservato attraverso le lenti del Voluntary Human Extinction Movement (VHEMT: dove la T aggiuntiva avrebbe lo scopo di rafforzare tanto il suono quanto il concetto). Il VHEMT si dedica da parecchi anni (dal 1981 circa), al conseguimento di un obiettivo peculiare e molto ambizioso: l’estinzione della specie umana, finalizzata alla salvaguardia degli ecosistemi terrestri. Come afferma l’area “a proposito del movimento”, all’interno del loro sito:

Quando ogni essere umano avrà deciso di non riprodursi più, la biosfera terrestre tornerà alla sua gloria precedente, e tutte le rimanenti creature saranno libere di vivere, morire, evolversi (nel caso in cui dovessero credere all’evoluzione), e forse scomparire, così come molti altri degli “esperimenti” che la Natura ha condotto attraverso gli eoni.

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Facendo un passo indietro, le contraddizioni e le problematiche evidenziate da Dal Gobbo possono essere riassunte in alcuni brevi passaggi, ai quali andrò ad aggiungere solo qualche considerazione personale. In primo luogo, le dichiarazioni di alcuni esponenti del movimento, nonché del movimento stesso, sembrano magnificare i vantaggi economici e personali dell’“infertilità” volontaria (un maggior quantitativo di tempo libero, un notevole risparmio di denaro, possibilità di far carriera senza alcun contrattempo, l’assenza di preoccupazioni, etc.), facendo cortocircuitare, in un vortice di ironia, l’argomentazione fondata sul tema del “nobile sacrificio”, al quale gli aderenti al movimento si sarebbero sottoposti. In secondo luogo, l’eco-antinatalismo avrebbe un’esplicita connotazione moralista, fondata sulla responsabilità individuale e su una riproposizione dell’ideale ascetico – ossia su una forma di vita connotata da un regime di rigido dominio di sé. Come spesso accade in contesti di questo tipo, gli oppositori di una data dottrina “responsabilizzante” rischiano di essere immediatamente ascritti al novero degli irresponsabili, degli egoisti o, peggio, degli stupidi. Proprio il tema della stupidità dell’irresponsabile ci pone di fronte a una ramificazione concettuale: da una parte, lo stupido si rende colpevole, o manchevole, di non aver sottoscritto un determinato modello di razionalità (una traiettoria estendibile fino alla diagnosi di follia); dall’altra, lo stupido è colui che è nato fuori da questo modello, ne ignora le radici culturali e discorsive, pur subendone gli effetti a livello ambientale, politico ed economico. Quest’ultimo passaggio ci conduce, infine, al problema fondamentale del discorso antinatalista, ossia alle sue implicazioni sottilmente reazionarie, colonialiste, patriarcali ed eurocentriche – esemplificate, nella prima citazione, dal riferimento a un’ipotetica condizione di “gloria precedente”, nella quale si sarebbe dovuta trovare, in un dato periodo storico o edenico, la biosfera (e, a questo punto, verrebbe quasi voglia di esclamare: “Let’s make bioshpere great again!”). Come scrive Dal Gobbo:

La crescita della popolazione globale è oggi principalmente legata ad un incremento della natalità nel Sud del mondo. Che dall’occidente “sviluppato” arrivi l’esortazione a limitare in modo “volontario” la natalità suona indirettamente come una criminalizzazione di comportamenti presunti “irresponsabili” da parte del resto della popolazione mondiale. Ciò con l’effetto paradossale che coloro che sono collettivamente più ecologicamente distruttivi (l’occidente ricco) assumono una posizione di paternalistica superiorità nel dettare i termini della virtuosità ecologica.

Un po’ più avanti, si evidenzia come, sul piano biopolitico, le prime soggettività a essere criminalizzate e irregimentate dal movimento siano, ovviamente, le donne, giacché loro è il corpo “del reato”:

Alcune intervistate (donne) riportano di sentire il proprio corpo spinto alla procreazione e di resistere a tale spinta per ragioni etiche di salvaguardia dell’ambiente. Vediamo così come la moralizzazione della procreazione attraverso un discorso di virtuosità ecologica individuale non solo depoliticizza la questione: infiltra i corpi e i desideri dei suoi codici socialmente costituiti e li sottomette a gerarchie rigide. È dovere di ognun* essere buon* nei confronti della terra. È quindi buono non desiderare un figlio ed è cattivo desiderarlo.

Negli ultimi tempi mi sono occupato di quell’insieme di dottrine filosofiche rubricato sotto il termine “pessimismo”, attraversando ambiti differenti quali la politica, l’arte, la letteratura, l’epistemologia e il tema dell’antropocene. Ho deciso di intervenire nel dibattito giacché, aggirandosi per il sottobosco filosofico pessimista-nichilista, è difficile non accorgersi dell’impatto che l’antinatalismo ha avuto sull’immaginario contemporaneo. Divenuto mainstream in seguito alla pubblicazione di La Cospirazione Contro la Razza Umana, di Thomas Ligotti (noto scrittore di horror-fiction), e di Better Never Have Been, di David Benatar (filosofo e attivista vegano) – ma anche grazie alla serie televisiva True Detective, di Nic Pizzolatto – l’antinatalismo è rapidamente divenuto oggetto di dibattito per numerosi ricercatori, attivisti, filosofi e scrittori. A sommi capi, questa dottrina può essere ulteriormente suddivisa in due ambiti disciplinari, differenti e tuttavia sovrapposti: un originario ambito onto-metafisico, profondamente influenzato da Schopenhauer e del filosofo norvegese Peter Wessel Zapffe, e una prospettiva eco-politica, elaborata da Benatar e dal famigerato eco-estremista Pentti Linkola. Sebbene questi due ambiti siano accomunati da un medesimo obiettivo pratico – e nonostante essi condividano alcuni presupposti teorici – ritengo necessario esaminare entrambi separatamente.

 

Ligotti e la Cospirazione della Normalità

L’antinatalismo filosofico ha origine da una serie di affermazioni riguardanti l’ontologia (la natura delle ‘cose’ del mondo), e la metafisica (la natura dell’universo stesso). Pur rappresentando una corrente minoritaria dell’etica – già resa celebre in Europa da Arthur Schopenhauer – esso affonda le proprie radici nella filosofia pre-socratica[2], abbracciando trasversalmente il pensiero etico e religioso dell’oriente induista e buddhista, lo gnosticismo e le dottrine di diversi movimenti ereticali medievali (come il catarismo e il bogomilismo). Questa antica forma di antinatalismo sostiene, come l’Edipo sofocleo[3], l’assoluta indesiderabilità del venire al mondo, generalizzando tale conclusione all’intero orizzonte cosmologico – differenziandosi, come vedremo, dall’utilitarismo dell’antinatalismo eco-politico. Laddove non sia direttamente correlata a credenze di tipo religioso, tale conclusione è motivata da diversi fattori, tra i quali: l’inevitabilità della morte e della sofferenza psico-fisica; la crudele necessità di doversi nutrire di altri esseri viventi; le difficoltà materiali che ostacolano l’aspirazione a una vita priva di ingiustizie. La matrice dell’antinatalismo è perciò il pessimismo filosofico, considerato da differenti punti di vista e in qualità di patchwork storico-culturale.

A distanza di quasi duecento anni dalla pubblicazione di Il Mondo come Volontà e Rappresentazione di Schopenhauer, il revival antinatalista[4] ha trovato un suo nuovo rappresentante in Thomas Ligotti, solitario e schivo autore di racconti weird. Il contributo di Ligotti al pessimismo filosofico va ben oltre un’attività di pura ricapitolazione, essendo rinforzato da un’attenta analisi della condizione umana, osservata dal triplice punto di vista della patologia, della perdita del controllo su di sé, della speranza in un mondo migliore. Ligotti fonda la propria riflessione sul concetto di “auto-proiezione del sé”, mutuato dal neuro-filosofo Thomas Metzinger[5]. Secondo questa ipotesi l’autocoscienza umana sarebbe una rappresentazione semplificata e riduttiva di un mondo esterno molto più ricco e complesso, poli-dimensionale e straordinariamente sfaccettato. La funzione del cervello umano sarebbe, di conseguenza, quella di raccogliere un enorme quantitativo di stimoli percettivi (impossibili da processare tutti in una volta), smistarne e comprimerne i contenuti sensibili e informazionali e, infine, elaborare una versione comodamente semplificata del mondo percepito – dando vita a una simulazione proiettiva. Questa stessa immagine distorta della realtà sarebbe, a sua volta, una semplice ricapitolazione dell’attività di svolta dal cervello, ossia un “racconto in differita” dell’attività di un corpo. La precarietà di tale architettura neuro-computazionale emergerebbe, in tutta la sua tragicità, all’insorgere della malattia mentale e nella perdita di sé: è il caso della schizofrenia, del disturbo bipolare, della psicosi, del disturbo post-traumatico da stress, dell’epilessia, etc. Per Ligotti, la malattia inficia la capacità proiettiva del cervello secondo tre modalità differenti: lasciando che la ricchezza del mondo esterno penetri la barriera psichica (come nel caso della schizofrenia); facendoci perdere il controllo delle funzioni motorie e linguistiche (come nel caso dell’epilessia, del disturbo post-traumatico e della sindrome di Tourette); impedendo al cervello di estrarre, a partire dai dati sensibili, un senso esistenzialmente significativo (come nel caso della depressione). L’essere umano, privato della propria capacità narrativa, si trova a fare i conti con la supremazia del reale sullo psichico – venendo trascinato, al di là della propria volontà e intenzionalità, dal flusso degli eventi.

Riallacciandosi all’opera dell’allora semi-sconosciuto Zapffe[6], Ligotti esplora le tattiche attraverso le quali la mente si difende dalla complessità della realtà, dando per buona la rappresentazione riduzionista fornita dalla coscienza. A sommi capi, il soggetto “normale” metterebbe in atto – offrendo il proprio tacito assenso a un sistema di potere implicito, o perlomeno sottinteso – una strategia di ridicolizzazione, patalogizzazione ed emarginazione del malato, colpevole di aver messo in luce l’aspetto proiettivo e simulativo dell’autocoscienza. Ciò che il malato[7] rischia di svelare è la funzione palliativa delle narrazioni, tanto individuali quanto collettive. Di fatto, Ligotti interroga l’intero impianto dell’etica e della politica occidentali, costringendole, a loro volta, a porsi una serie di domande. In questa prospettiva, la sopravvalutazione dell’esperienza personale – nonché delle proprie capacità fisiche e intellettuali – sarebbe una delle principali cause della permeabilità della mente umana da parte del razzismo, dello specismo, dell’antropocentrismo e dell’ossessione per la competizione e la gerarchia. Al tempo stesso, la riduzione prodotta dalla mente cosciente oscurerebbe la fragilità del corpo e dell’intelletto della nostra specie, producendo l’illusione di una possibile perfettibilità radicale della condizione umana. Raccogliendo le sfide poste dal pessimismo e dalla recente tradizione nichilista, Ligotti descrive un universo indifferente (se non addirittura ostile) all’essere umano, restio a farsi piegare o sottomettere dalla manipolazione e dai desideri umani. Qualsiasi tentativo di modificare in profondità l’esistenza dei viventi si scontrerebbe con dei limiti, i quali, a loro volta, non sarebbero altro che le condizioni in virtù delle quali esiste la vita, ossia, come detto in precedenza: la morte, la sofferenza, la nutrizione e l’ingiustizia. Secondo Ligotti, piuttosto che tentare il capovolgimento ideologico delle condizioni presenti, la prassi politica odierna dovrebbe reclamare le migliori condizioni d’esistenza per il maggior numero di individui umani e non-umani, senza alcuna restrizione: un obiettivo conseguibile solo attraverso un atteggiamento etico improntato all’accoglienza e alla comprensione empatica delle esigenze altrui. É a questo punto che entra in scena l’antinatalismo; con un vero e proprio salto mortale, Ligotti – come il pessimista socialista Mainländer prima di lui – auspica che gli esseri umani, giunti a una piena soddisfazione dei loro bisogni materiali, si rendano conto che il vero nemico è la vita stessa, optando per una graduale estinzione programmata.

 

Eco-Pessimismo, Eco-Estremismo ed Eco-Fascismo

É merito di David Benatar se il revival antinatalista ha finito per propagarsi al campo dell’ecologia e della politica. A differenza di Ligotti – o, meglio, pur essendone ispirato – Benatar descrive i vantaggi del non venire al mondo in termini di perdite e guadagni, come in una specie di teoria dei giochi esistenziale. L’argomento detto dell’“asimmetria di Benatar” propone un severo inasprimento dell’idea pessimista, sottomettendo l’aspetto empirico e autobiografico a una schematizzazione mutuata dall’utilitarismo anglosassone[8]. La quadratura sottostante presenta quattro sezioni – lo scenario A e lo scenario B – ciascuna delle quali, a sua volta, offre una valutazione “economica” della situazione (good; bad; not bad). Per Benatar, confrontando le due coppie di abbinamenti si farebbe presto a rendersi conto dei vantaggi offerti dalla non-estistenza. Il quadrato, lungi dall’essere una qualche sorta di ingiunzione al suicidio – giacché tale evenienza massimizzerebbe l’infelicità dei propri cari – rappresenta il calcolo razionale sul quale l’antinatalismo etico-politico fonda la propria attività di propaganda. L’evidenza dell’asimmetria è tale che ciascuno può costatarne da sé la validità. Come mostrato in precedenza, è proprio a partire da un modello razionale (ossia da un parametro di misurazione oggettivo e universale), che questo tipo di antinatalismo avanza le proprie pretese – ‘svelando’ come irrazionali le altre soluzioni, trasformando, come in una specie di mondo al contrario, la soluzione più contorta, complessa e stralunata in quella più conveniente.

Senza titolo

Lo “splendore geometrico” della quadratura di Benatar (e quale miglior contenitore di un quadrato?), sussume definitivamente la complessità e la poli-dimensionalità del reale alla ragione umana, andando ben al di là dei limiti della mera rappresentazione autocosciente, osteggiata da Ligotti. Laddove quest’ultimo tentava di indicare i limiti dell’antropocentrismo e dell’egocentrismo, Benatar installa una dittatura del calcolo dell’utile – la quale risulta, in fin dei conti, contraddittoriamente irrazionale. Benatar non ha mancato di declinare le proprie conclusioni anche da una prospettiva ecologista, coniugando l’anti-specismo alla sua versione dell’antinatalismo:

[Gli esseri umani] sono responsabili della morte e delle sofferenze di miliardi di altri esseri umani e animali non-umani. Se tale livello di distruzione fosse causata da un’altra specie, raccomanderemmo prontamente che nuovi membri di quella specie non siano messi al mondo. [9]

Tra le affermazioni più provocatorie di Benatar vi è quella secondo la quale se un fantomatico individuo possedesse il potere di far estinguere, o di annientare – ovviamente in un istante, e senza alcuna sofferenza – la specie umana, tale individuo dovrebbe sentirsi moralmente obbligato a farlo, in base alle conclusioni derivabili dal quadrato (si tratta del cosiddetto argomento del “benevolent world-exploder”[10]). Pur facendo le dovute distinzioni, sebbene il VHEMT si opponga: “All’estinzione involontaria di qualsiasi specie, così come a qualsiasi tentativo di incoraggiare lo sterminio dell’essere umano”[11], e sebbene Benatar non faccia parte del VHEMT, i due discorsi sembrerebbero sottostare al medesimo modello di “utilitarismo negativo”. L’estinzione della specie umana rappresenterebbe una sorta di contratto, dal quale tutte le parti coinvolte riuscirebbero a trarre un qualche vantaggio: l’essere umano cesserebbe di soffrire e la biosfera sarebbe salva. In fin dei conti, che differenza vi sarebbe se tale estinzione avvenisse in un modo o in un altro? In fondo che differenza c’è tra il furto e lo sfruttamento di manodopera non tutelata? O tra l’omicidio e lo stato di grave deprivazione al quale vengono sottoposti i lavoratori della Foxconn? Confrontato con la mostruosa schiettezza di Benatar, il Movimento per l’Estizione Volontaria si distinguerebbe, ancora una volta, per il desiderio di conservare, o di poter reclamare, una qualche superiorità morale.

La speculazione filosofica, tuttavia, è totalmente oscurata da un fatto ben più inquietante: argomentazioni simili, o addirittura identiche, a quelle di Benatar e del VHEMT, sono state sostenute, in diversi momenti e a più riprese, da alcuni esponenti dell’eco-fascismo e dell’eco-estremismo, tra i quali il finlandese Pentti Linkola[12]. Come accade per l’antinatalismo, alla radice del pensiero di Linkola vi è l’idea che la popolazione umana, favorita dal sistema di produzione industriale, abbia raggiunto e oltrepassato il carico limite sopportabile dal pianeta. Tuttavia, a differenza dell’antinatalismo, Linkola non disdegna l’ipotesi di uno sterminio di massa, diretto ed effettuato da un nucleo di “benefattori illuminati”. Nel motivare la propria scelta, Linkola conduce l’opposizione ragione/stupidità a un tale grado da affermare che:

Qualsiasi dittatura sarebbe meglio della moderna democrazia. Non ci potrà mai essere un dittatore così incompetente da essere più stupido della maggior parte della popolazione. La miglior dittatura sarebbe una di quelle in cui cadono delle teste, e in cui il governo impedisce la crescita economica.

Nel motivare il suo supporto nei confronti del totalitarismo e dell’eco-terrorismo indiscriminato (ossia rivolto tanto a obiettivi sensibili quanto alla popolazione innocente), Linkola escogita un’allegoria che ci dovrebbe ormai suonare familiare:

Cosa fare quando una nave che trasporta un centinaio di passeggeri improvvisamente si trovi ad affondare e vi sia solo una scialuppa di salvataggio? Coloro i quali odiano la vita tenteranno di caricare la scialuppa il più possibile, fino a farla affondare. Quelli che amano e rispettano la vita afferreranno l’ascia all’interno della scialuppa, per troncare di netto quelle mani in più che tentano di oltrepassare i bordi.[13]

É a partire da questo ripugnante sfoggio di logica e retorica, che Linkola deriva i punti principali del proprio programma politico, volto alla salvaguardia della biosfera e di pochi meritevoli: fermare l’immigrazione; far decrescere la popolazione globale a qualunque costo e con qualsiasi mezzo; eliminare i “difettosi”; porre un freno alla tecnologizzazione del mondo. Un appello già raccolto da vari gruppi di eco-estremisti, non solo legati alla destra estrema o alla galassia “rossobruna” ma anche all’anarchismo – in una veste epurata dalle connotazioni esplicitamente razziste.[14] Se l’antinatalismo sembra ignorare l’iniqua distribuzione della ricchezza e dell’inquinamento sul pianeta – estendendo astrattamente all’intera specie la responsabilità ecologica – Linkola, pur riconoscendo il sistema produttivo come principale fattore di devastazione ambientale, sfrutta la critica economico-politica per contrabbandare idee razziste, violente e autoritarie. È per questo motivo che l’eco-fascismo di Linkola, come ogni fascismo, è serenamente compatibile con la ricca classe dominante bianca, maschile e occidentale, che lucra sulla distruzione degli ecosistemi. Il mondo prefigurato dall’ecologismo fascista è, ancora una volta, un ritorno a una condizione mitica, di isolamento razziale e culturale, di accentramento di potere e risorse nelle mani di pochi sovrani aristocratici – un mondo che funzionerebbe perfettamente anche a patto di abolire l’alta-tecnologia.

Come proverò a mostrare, il pessimismo, e in particolare qualsiasi forma di eco-pessimismo, presente o futuro, non avrebbe che un remoto e spiacevole rapporto di parentela con queste forme di ecologismo perverso. Di fatto, l’utilitarismo negativo di Benatar e del VHEMT, l’eco-fascismo e l’eco-estremismo sembrerebbero incarnare il medesimo incubo della ragione – sebbene esso sia declinato da una parte in quanto percorso razionale, e dall’altra in qualità di paradossale utilitarismo primitivista. Entrambe le dottrine ambirebbero a rendere calcolabile e gestibile la vita, al punto da soffocarla e farla scomparire. Tutto ciò all’alba della sesta estinzione di massa.[15]

 

Il Mondo Oscuro

Come Nietzsche fece con Schopenhauer, dobbiamo tornare al “salto mortale” di Ligotti, agli istanti prima che la filosofia si lanci nella notte della non-esistenza. È ancora una volta opportuno mostrare come dalla constatazione dell’inevitabilità della morte, della sofferenza e della crudeltà non consegua, né necessariamente né logicamente, la desiderabilità dell’estinzione dell’intera specie umana, o di parte di essa. Ciò che sfugge all’utilitarismo negativo (e, più in generale, a ogni utilitarismo), è che gli esseri umani trascorrono gran parte della loro vita a oziare, mangiare troppo, fumare, bere alcolici, giocare e praticare ogni tipo di attività più o meno rischiosa. Ciò che il pessimismo filosofico evidenzia è, invece, la complessità della vita, con tutte le difficoltà e gli inconvenienti che questa comporta a livello esistenziale. Non cogliendo questa dimensione fondamentale, quasi banale, dell’esistenza umana e non-umana, l’antinatalismo militante svela la sua irrazionalità – dovuta a una totale perdita di contatto con il reale[16].

La rilevanza ecologica e politica dell’analisi di Ligotti sta tutta nell’aver indicato una complessità posta al di là dell’immediatezza e delle soluzioni ideologiche. La pura e semplice verità è che non sappiamo cosa accadrà in futuro, come andrà a finire, né cosa emergerà dall’abisso dell’antropocene. Come ho avuto modo di scrivere in una precedente occasione, sarebbe ingenuo pensare che l’antropocene coincida con l’era del compiuto dominio dell’essere umano sulla natura, o quantomeno sul pianeta. Si tratta invece di un momento storico-geologico in cui l’umanità, minacciata da nemici non localizzabili[17] e da essa stessa prodotti (quali il riscaldamento globale e l’inquinamento atmosferico), si scopre più che mai fragile e vulnerabile – radicalmente dipendente dalle reti ecosistemiche che essa compone. Lo spettro dell’estinzione sembra farsi sempre più concreto e involontario[18], a dispetto della predicazione antinatalista. Il Grande Filtro di Hanson (il misterioso evento catastrofico che dovrebbe rispondere alla domanda di Enrico Fermi: “Se l’universo è così vasto, dove sono tutti quanti?”)[19], è il limite con il quale siamo costretti a confrontarci; il confine di un mondo oscuro che rifiuta di svelarsi alla luce della ragione umana. Saremo tutti ugualmente stupidi (sebbene non ugualmente colpevoli), di fronte agli orrori innanzi ai quali ci porrà la catastrofe ecologica.

L’opera di Thomas Ligotti ci obbliga a confrontarci con un altro genere di estinzione – puramente speculativa – con un mondo privo di caratteristiche antropomorfe, imprevedibile, impersonale e mai totalmente dominabile. Tra le nebbie dell’antropocene si intravede il “mondo senza di noi”[20], ossia il mondo com’era prima della comparsa dell’essere umano e come sarà dopo la sua scomparsa. È solo a partire da questo concetto-limite che il pessimismo può divenire eco-pessimismo: non una dottrina della rassegnazione ascetica, ma della complicazione incontrollata e dell’irriducibilità della prassi reale. Ciò che è implicito in questa sorta di ecologismo speculativo è che la lotta al pensiero umano-centrico, e alla dittatura dell’“utile”, viene prima di ogni retorica lotta all’essere umano, e certamente prima di una resa di proporzioni planetarie. Come annuncia l’anonimo autore di Desert:

Lo spettro che molti tentano di ignorare è una semplice realizzazione: il mondo non verrà ‘salvato’. Il cambiamento climatico è ormai inarrestabile […] Questa realizzazione, questo abbandono delle illusioni non dovrebbe divenire debilitante. Se ancora c’è qualcuno che crede che sia una questione di “tutto o niente”, allora continuerà a esserci un problema.[21]

 

NOTE

[1] Si veda all’ indirizzo seguente: http://vhemt.org/aboutvhemt.htm#vhemt.

[2] Si veda, ad esempio, Empedocle, che in Purificazioni afferma: “[Nascendo] scoppiai in un pianto e un gemito alla vista del desueto luogo”(Diels H. e Kranz W., I Presocratici: Testimonianze e Frammenti, 31-§118, p. 431, Rizzoli, Milano, 1997).

[3] Come asserisce Edipo: “Non essere mai nati è la cosa migliore e la seconda, una volta venuti al mondo, tornare lì donde si è giunti” (Sofocle, Edipo a Colono, Marsilio, Padova, 1998).

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