Il livello di conoscenza (ricerca e sviluppo) del Paese è disarmante. La stessa Regione Lombardia è uscita dalle Regioni europee innovative (Rapporto Commissione Europea, luglio 2016). Indipendentemente da quello che tutti possono credere o pensare, l’aspetto più critico è legato al livello della spesa in R&S. L’ultimo rapporto Istat (BES, dicembre 2016) mette a disposizione una serie di informazioni sul peso e il ruolo della ricerca e sviluppo (R&S), ma queste informazioni devono essere correttamente interpretate.

Osservando il peso (medio) della R&S europea, poco sopra al 2,3% del PIL, è plausibile sostenere che esista una soglia critica al di sotto della quale le stesse risorse in R&S sono inefficaci. Sebbene non tutta la ricerca conduca a dei risultati di “mercato” – sul punto si veda il testo “Il lascito delle idee di Paolo Leon” (R. Romano e A. M. Variato, Moneta e Credito, dicembre 2016). Più precisamente si consideri il tema della tecnica superiore di produzione legata alla così detta domanda effettiva, senza una adeguata base di ricerca e sviluppo è difficile perseguire dei risultati di mercato sufficienti o spendibili. Infatti, per realizzare una R&S adeguata è necessaria una R&S “inadeguata”, o dal risultato incerto. Le tecniche o le invenzioni sono all’ordine del giorno, ma solo le tecniche superiori di produzione possono diventare spendibili. In altri termini, per avere una R&S capace di diventare strumento di sviluppo delle imprese è necessaria anche una spesa in R&S di cui non conosciamo l’esito finale. L’Europa, consapevolmente, ha progressivamente aumentato il peso specifico delle risorse destinate alla R&S. Se una frazione di R&S diventa produzione di beni e servizi ad alto valore aggiunto, tanto più è alta la spesa aggregata, tanto più il sistema economico nel suo insieme progredirà. La meritocrazia e/o selezione dei progetti di ricerca come modus operandi del governo è solo un modo elegante per disimpegnarsi dal sostegno (pubblico) alla ricerca e sviluppo. La Storia e la statistica dimostrano che la spesa in R&S è spesa (pubblica e privata) che dovrebbe favorire l’anticipo della domanda di beni e servizi. Infatti, la spesa R&S è entrata a pieno titolo nella contabilità nazionale (PIL) dal 2015, passando da bene intermedio e bene di investimento. Sull’importanza dell’oggetto trattato si veda il contributo di R. Romano e S. Lucarelli nel Libro Bianco per il lavoro della CGIL, così come il contributo di S. Lucarelli, D. Palma e R. Romano in Moneta e Credito del 2013.

Il livello di R&S/PIL di Lombardia e Italia – uso la Lombardia come riferimento per mostrare come e quanto questa Regione sia arretrata – è di un punto percentuale più bassa della media europea, cioè la R&S potenziale di mercato è molto più contenuta di quella europea.

Rimane aperta una domanda di senso. Più precisamente: la spesa in R&S di Lombardia e Italia è bassa o coerente con la struttura produttiva? Sul tema esiste molta letteratura. Garofoli sostiene che in Italia c’è R&S non certificata e quindi non contabilizzata. Sebbene la tesi abbia una indubbia base scientifica, è altrettanto vero che la spesa in R&S non certifica non è una prerogativa solo italiana. In tutti i sistemi produttivi c’è R&S non contabilizzata (learining by doing – S. Labini, A. Smith ed altri). Quindi, il livello di spesa rimane un buon indicatore quali-quantitativo per valutare il posizionamento internazionale di un paese o di una regione. L’aspetto specifico e certo non “innovativo” è la relazione tra specializzazione produttiva e investimenti in R&S. R&S e struttura produttiva sono due facce della stessa medaglia. Perché una impresa innovativa dovrebbe ridurre la spesa in R&S? È del tutto evidente che questa impresa non rinuncerà mai al vantaggio “comparato” legato al possesso di una conoscenza specifica. Se la relazione R&S e investimenti, che condiziona quali-quantitativamente anche il PIL, è Storia, allora la dimensione della R&S italiana e lombarda, in particolare, sono lo specchio della de-specializzazione del tessuto produttivo nazionale rispetto alla media europea, e si manifesta in misura ancor più accentuata se comparata con quella tedesca.

Rimane, vera e intramontabile, l’idea di R. Lombardia: occorre cambiare il motore della macchina senza fermarla.

 

 

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