Pechino, ventirè milioni di abitanti; Borgo di Dudda, frazione di Dudda, a sua volta frazione di Greve in Chianti: venti abitanti, anzi ventuno, perché la Vigilia di Natale è nato Edoardo, secondogenito di Giulia ed Emanuele. Più sei cani e un numero imprecisato di gatti. Cinghiali soprattutto d’estate, nel bosco sotto casa, qualche daino, perché dicono che i caprioli se li sono mangiati tutti i due branchi di lupi che circolano qui attorno.

Quando stavo nella città in cui sono nato e cresciuto, Milano, dicevo che avrei lasciato la metropoli solo per vivere in una megalopoli. Ecco dunque Pechino, esperienza inebriante, totalizzante, per undici anni.

Poi, complici un paio di altre C – Covid e Controllo (non pensate che sia solo cinese, le redazioni occidentali, cioè il mercato dell’informazione, cioè l’ossessione del “pericolo giallo”, cioè la protervia del colonialista offeso, sono molto peggio) – ho deciso di lasciare la C della mia vita – Cina – per finire nell’ennesima C, Chianti. Un ritorno che, al netto di validissime questioni affettive, è dettato soprattutto da Consunzione; tanto per cambiare, un’altra C.

Bene, come dare un senso positivo al ritorno in Europa, anzi in Italia (dove fino a un paio di anni prima giuravo che mai e poi mai sarei tornato)? Come non affondare in quell’accidia che ti prende durante un inverno collinare, sopravvivere alla depressione del mondo in letargo, fare i conti con l’angoscia di non essere più “al centro”: nel luogo più dinamico del mondo e al contempo su una televisione, una radio, una pagina di giornale?

Certo, il passaggio dalla città alla campagna ha alcuni lati positivi: mangi un po’ meno merdosamente di prima (soprattutto se ti fai l’orticello) e scopri fenomeni naturali di cui precedentemente avevi solo sentito parlare. Prendi le stellate notturne: pascoli i cani camminando verso sud, alzi la testa e cominci a recitare “Castore, Polluce, Marte”, poi “Giove e Aldebaran”, alzi ancora lo sguardo e ci sono le Pleiadi, giri la testa a sinistra e c’è l’Orsa Maggiore, ti volti tutto a destra ed ecco Saturno. Insomma, ci sono delle app fantastiche per questo genere di cose.

Ma non puoi vivere guardando le stelle e tanto meno facendo il Contadino (un’altra C), diventando cioè a cinquant’anni e rotti merce svalutata sul mercato del lavoro quasi come un giornalista, con l’aggravante del lavoro durissimo. Avventizio agricolo, in vigna, a luglio: all’ora, fa 7 euro e 50, se il padrone è gentile arrotonda fino a 9 o perfino 10. Sveglia alle 4:30, alle 6:00 cominci a legare tralci, alle 8:00 comincia il caldo, alle 14:00 smonti, ogni tanto bevi un sorso d’acqua. Ma come, il contratto di categoria non pone 6 ore e 30 come orario massimo giornaliero? Certo, come no, peccato che i tuoi compagni di lavoro scelgano l’autosfruttamento per tirare su più soldi e offrire un futuro migliore ai figli; se tu ti dilegui prima, comincia un mobbing sottile. Il caposquadra, kosovaro come tutti gli altri, è in agguato per ricordarti che stai perdendo tempo al primo calo di tensione. Intanto si parla di denaro, cibo e qualche volta “figa”, ma solo con il più giovane del gruppo. Otto ore così. Poi, finito il lavoro del mattino, loro vanno pure da qualche altro padrone ad arrotondare: giardinaggio, coltivazione dei giaggioli, che sono così richiesti dall’industria dei cosmetici. Io no, io torno a casa; dai che c’è tutto il pomeriggio per fare cose, leggere, produrre intelligenza: ma non riesco a combinare più un cazzo di niente.

Il contadino può essere solo un “hobby intelligente”. Oppure, politica.

La terza C: compagni.

A sud di Firenze, nel comune di Bagno a Ripoli, esiste la più grande occupazione di terre italiana. Si chiama Mondeggi Bene Comune – Fattoria senza Padroni, circa 170 ettari di terreni intorno a una villa da cui dipendono sei casolari, per una fattoria che fin dal medioevo è appartenuta a diverse famiglie nobili fiorentine (tra cui i Della Gherardesca, quelli del conte Ugolino). Nel 1964, tutto il complesso diviene proprietà della Provincia di Firenze, che costituisce un’azienda pubblica per gestirlo e metterlo a profitto; la premiata ditta accumula un milione di euro di debiti e viene posta in liquidazione nel 2009. Da lì in poi, la Città Metropolitana – erede della provincia – mette più volte all’asta la tenuta, senza successo, lasciando in stato d’abbandono i terreni fin lì coltivati secondo i principi dell’agricoltura intensiva e delle monocolture, vite e olivo soprattutto. Nel 2014, un comitato composto da cittadini e attivisti contrari alla privatizzazione occupa Mondeggi, creando anche un presidio permanente (cioè gente che ci vive) che si prende tre dei sei casolari. I due principi fondamentali dell’occupazione (espressi nella Carta dei principi) sono i beni comuni e l’agroecologia, cioè – detta in estrema sintesi – la restituzione dei terreni alla cittadinanza applicando principi di democrazia diretta e lavorando collettivamente alla rigenerazione dei terreni stessi, impoveriti da anni e anni di gestione industriale, chimica e intensiva. È un lavoro sia di cura – della comunità di Mondeggi così come del suolo e della biodiversità – sia produttivo (per una trattazione più complessiva, si veda questo articolo di Andrea Ghelfi).

In definitiva, cosa si fa a Mondeggi? Si vive e si lavora la terra in forma comunitaria, aprendosi alla più ampia cittadinanza. L’assemblea di presidio e quella di comitato sono gli organismi di discussione e deliberativi, mentre il lavoro collettivo prende forma attraverso il MO.T.A. (terreni auto-organizzati Mondeggi) e il MO.V.A. (vigneti auto-organizzati Mondeggi), due collettivi che organizzano il lavoro comune: così, buona parte dell’oliveto e del vigneto, nonché gli orti, sono suddivisi in parcelle, e distribuiti. Per esempio, le parcelle dell’oliveto sono state calcolate in 25-30 piante, cioè su una capacità produttiva sufficiente al fabbisogno di una famiglia di quattro persone.  Più di 300 “contadini per caso o vocazione” sono coinvolti nei due gruppi; all’inizio del ciclo si assegnano parcelle e filari; e poi si parte.

Il fatto che si producano soprattutto olio e vino dipende chiaramente dalle vecchie monocolture presenti in loco, ma oggi cerchiamo di applicare tecniche agroecologiche e di aumentare la biodiversità e la compenetrazione tra colture. Per esempio, i dieci ettari di vigneto, su un terreno depauperizzato da agricoltura intensiva e prodotti chimici, erano in origine quasi tutti allevati a cordone speronato, un sistema che favorisce la meccanizzazione agricola e le grandi quantità. Il nostro lavoro di riparazione implica da un lato la cura del suolo e delle piante esistenti, eliminando la chimica; dall’altro l’apertura ad altri sistemi di allevamento, come, il guyot, conversione che si attua attraverso la potatura. Risultato? Beh, la riparazione ecologica e un vino più buono (ok, speriamo).

A Mondeggi si producono anche pane, miele, birra, prodotti fitoterapici (tisane, cosmetici naturali, tinture, ecc.), ortaggi e zafferano e c’è perfino qualcuno ossessionato con il paté d’olive. Questi prodotti sono redistribuiti tra chi partecipa alla cura collettiva dei terreni, mentre una parte è destinata al mantenimento della fattoria stessa e rivenduta nei mercati contadini di Firenze o nei Gruppi di Acquisto Solidale,

Quello che mi preme sottolineare qui è che, rotolato giù dalla scaletta dell’aereo e capitato da queste parti, sono rimasto colpito immediatamente da un aspetto: la differenza tra Mondeggi e le occupazioni urbane a cui ero abituato. Non voglio generalizzare, ma penso che uno dei limiti con cui si scontrano spesso le occupazioni/autogestioni urbane sia il fatto che manchi un’attività produttiva che tenga insieme la comunità e la “spieghi” agli occhi della cittadinanza: c’è la cura (dello spazio), c’è la rivendicazione (l’abitazione e/o l’attività sociale), ma spesso l’attività produttiva finisce nell’imbuto dell’evento spettacolare, che viene replicato e moltiplicato sia per mantenere economicamente lo spazio sia per fare comunità. A Mondeggi, il lavoro collettivo di cura/produzione secondo tecniche agroecologiche è invece l’asse portante, è in qualche modo “dato”; del resto si tratta di una fattoria, cosa diavolo vuoi farci? Su questo lavoro vivo associato si innestano legami profondi, eterogenei e “lunghi”. Di fianco ai tre filari di vite che ho preso in cura con la mia compagna, Francesca, ci sono altri filari gestiti da un gruppo di pensionati bolognesi che si organizzano la trasferta fiorentina in base ai cicli di lavoro sulla vite stessa (credo siano pensionati, non sono giovanissimi).

Contribuisce a questa creazione di comunità anche la scuola contadina, ad accesso libero e gratuito, che ti mette in grado di entrare in campo o di interagire con un forno senza combinare troppi disastri. Io per esempio ho imparato a potare e, più in generale, a seguire il ciclo della vite; ho qualche infarinatura di apicoltura e di olivocoltura e, dato che la scuola si tiene ogni due anni, posso gradualmente imparare anche altro.

Da quest’anno, in collaborazione con Rete Semi Rurali e grazie all’8 per mille dell’Unione Buddhista Italiana (che finanzia anche la scuola contadina), è partita Coltivare Gaia – Formazione in Agroecologia, una vera e propria scuola che punta a “formare i formatori”, creare cioè un nucleo di attivisti che esporti in tutta Italia un paradigma diverso da quello dell’agribusiness. L’idea sarebbe di alternarla con la scuola contadina: un anno una, un anno l’altra.

Quale futuro per Mondeggi?

Nel 2021, la Città Metropolitana ha rinunciato all’idea di vendere ai privati e ha deciso di ristrutturare l’intera fattoria con i soldi del PNRR; il che per noi significa che ha riconosciuto il nostro decennale lavoro. Con un comodato d’uso, ci sono stati concessi i terreni “in cura” fino al termine dei lavori, previsto per il 2026; nel frattempo ci sarà un tavolo di co-progettazione – che deve ancora partire – per delineare la Mondeggi che sarà. Con sofferenze, mal di pancia e fratture interne, la comunità degli occupanti ha comunque deciso di costituirsi in Aps (associazione di promozione sociale) e avviare un percorso di legalizzazione e di convergenza con altre associazioni del territorio che dovrebbe, nelle nostre speranze, creare il futuro polo dei beni comuni e dell’agroecologia. Oggi, siamo a questo punto, consci della nostra forza e, paradossalmente, anche della nostra fragilità di fronte ad atti amministrativi e politica-politicata (oh, la controparte sono quelli del Piddì!).

Ma ne vale la pena.

Ora, si capisce che per il sottoscritto tutto questo significa ri-radicarsi, preservando al contempo quella tensione politica che l’aveva portato all’altro capo di Eurasia per raccontare “biodiversità umana” ed esplorare alternative alla modernità occidentale e capitalista.

Era ora di farlo. Maria Cristina, una donna cara e intelligente che conobbi a Pechino, definiva tropicalisé i soggetti come il sottoscritto e lei stessa: gente a spasso per il mondo oltre il limite temporale che lei stimava in dieci anni, figure che nel tempo divengono astratte, iper-individualiste, fagocitate dal lavoro, piene di tic e idiosincrasie. Ecco la superficiale comunità degli expat. Mi rendo conto, oggi, che alla fin fine ero terrorizzato dall’immagine di me, vecchio, che fa lo scemo con qualche ragazzina al bancone di un bar di Bangkok.

Tornando alla Cina, per me Mondeggi echeggia un metodo che il Partito comunista applicava da prima ancora che prendesse il potere nel 1949, quando sperimentava la riforma agraria nelle campagne liberate da giapponesi e nazionalisti. È il metodo “dal punto alla superficie” –  youdian daomian – per cui, posto l’obiettivo generale di eliminare i latifondi e restituire la terra ai contadini, l’applicazione concreta era poi delegata alle esperienze particolari messe in pratica dai quadri nelle campagne. Gli esperimenti di successo diventavano allora “esperienze modello” (dianxing jingyan) e si estendevano al resto del Paese. Dal punto alla superficie, appunto.

Ecco, Mondeggi non è ancora un’esperienza modello, tuttavia è sicuramente uno di quei “punti sperimentali” che possono espandersi, prefigurando mondi diversi: l’effetto farfalla.

Ho dimenticato la Cina? No, la Cina è per sempre. Ci tornerò.

INCHIESTA

Le condizioni del vivere

Abbecedario (approssimativo) per un’inchiesta qualitativa online.

Stiamo tentando un esperimento che si è concretizzato in un I° incontro in Cox18 a Milano agli inizi di ottobre, dopo un primo lancio. L’idea è quella di coinvolgere tutt* coloro che ci leggono e/o sono collegati a Effimera.org attraverso la stesura di testimonianze relative ai vari ambiti critici che coinvolgono la nostra esistenza. Non siamo un centro di ricerca né un istituto demoscopico (né vogliamo esserlo) ma abbiamo un mezzo di comunicazione (Effimera.org) che si è affermato negli ultimi anni all’interno del pensiero critico e sovversivo. Abbiamo intelligenze, saperi, esperienze, desideri. We got livePerciò vi proponiamo di partecipare a questa nuova sezione di inchiesta online leggendo le istruzioni qui sotto.