Questo documento, a cura di Salvatore Palidda, è condiviso con alcuni ricercatori del progetto CREMED – Collective Resilience Experiences facing risks of sanitary, environmental and economic disasters in the MEDiterranean.

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È indiscutibile che la posta in gioco maggiore del XXI secolo riguardi la previsione o la negazione dei rischi per il futuro dell’umanità e del pianeta, rischi certamente percepiti come ben più seri della fine del mondo profetizzata da diversi ciarlatani del passato. Nel corso di questi ultimi anni la maggioranza dell’opinione pubblica mondiale sembra seguire i diversi punti di vista riguardanti tali rischi. Ma i popoli del mondo sono consapevoli di tali rischi o al contrario sono piuttosto dalla parte dei negazionisti e ancor di più degli scettici?

Per cercare di capire la portata della posta in gioco è utile passare in rassegna i diversi punti di vista o prospettive interpretative o riflessioni critiche nel campo dell’ecologia politica così come si sono espressi dagli anni Settanta e soprattutto dal 2010. A questi punti di vista corrispondono diverse pratiche che sono determinanti se non decisive rispetto al futuro.

Proveremo quindi a mostrare che le reazioni dei dominanti e dei dominati di fronte all’allarme sul destino dell’umanità e del pianeta Terra si configurino come IL fatto politico totale[1] per eccellenza. Che lo si neghi o che si pretenda controllarlo o trovarvi rimedio o che si dica che «non c’è nulla da fare», intellettuali, esperti, autorità internazionali e nazionali, lobby e buona parte della popolazione mondiale, tutti sono costretti a confrontarvisi, ancor di più di quanto avvenne rispetto alle due guerre mondiali del XX s. e rispetto al rischio di guerra nucleare (che di fatto si pensava poco probabile ma assai utile alla competizione tra le due superpotenze dopo il 1945). Fatto politico totale perché vi si intrecciano aspetti riguardanti tutti e tutto: i mondi animale, vegetale, minerale e l’atmosfera, quindi gli aspetti economici, sociali, culturali e politici (secondo alcuni in particolare religiosi). Ne consegue che le reazioni a tale fatto siano disparate e rivelatrici dell’attuale geografia politica, e dunque del rapporto tra dominanti e dominati, tra le loro culture e i loro comportamenti.

Nel confronto tra i diversi punti di vista che descriverò ci sono due aspetti che d’emblée possono essere considerati i più sorprendenti o sconcertanti: 1) l’opinione pubblica è sollecitata soprattutto sul rischio del cosiddetto «riscaldamento climatico» e non sui rischi dei diversi disastri sanitari-ambientali ed economici e sulle vittime; 2) praticamente nessuno identifica tali rischi come insicurezze (ignorate) che dovrebbero essere prese in carico come prioritarie da tutti i dispositivi e le forze del governo perché riguardanti la tutela della vita stessa del mondo animale e vegetale e quindi nel campo della prevenzione e della sicurezza. Le risorse finanziarie e materiali allocate a dispositivi e in generale alla cosiddetta sicurezza interna e di difesa nazionale in tutti i paesi e in tutte le alleanze militari (fra cui la NATO) hanno avuto un aumento enorme, ma non per occuparsi di queste insicurezze che rimangono ignorate, cioè non considerate tali. Queste sono così relegate a un trattamento marginale da parte di agenzie di prevenzione e controllo (ASL, ARPA, protezione civile e una piccola parte delle forze di polizie), con risorse spesso risibili oltre che con sabotaggi da parte delle autorità colluse con i principali inquinatori e anche alla mercé di corruzione[2]. Così il terrorismo o la criminalità sono i soli crimini per i quali lo Stato si impegna strumentalmente o quantomeno a parole (spesso in violazione delle sue stesse leggi); invece, le attività che provocano disastri e catastrofi non sono considerati crimini sebbene si tratti della vita di tutta la popolazione. Secondo le statistiche ufficiali[3], ogni anno in tutto il mondo muoiono oltre 53 milioni di persone (probabilmente 60 milioni) di cui 115.449 in guerre, 34.871 per terrorismo, 390.794 per omicidi e 52.675.000 (il 99%) per malattie da contaminazioni, malnutrizione, assenza cure, incidenti sul lavoro, disastri o catastrofi ambientali ecc. Nei paesi dell’Europa occidentale non si hanno morti per guerre, pochi per terrorismo, pochissimi per omicidi; si ha più o meno lo stesso tasso di mortalità annuo che è di oltre 1000 per 100 mila abitanti, mentre nei paesi dell’Est si arriva a 1500. È vero che si vive più a lungo, ma sempre più da malati come fa comodo alle lobby farmaceutiche e della sanità privata. E anche nei vecchi paesi dell’Europa occidentale la maggioranza dei decessi è dovuta a malattie da contaminazioni o incidenti sul lavoro. Anzi, per certi versi, in questi paesi c’è un aumento delle fonti di nuove contaminazioni (per esempio le onde elettromagnetiche).

Ogni anno nel mondo la maggioranza dei decessi sono quindi dovuti a malattie da contaminazioni tossiche, a incidenti sul lavoro, a disastri industriali, inondazioni, terremoti o catastrofi dette naturali oltre che a guerre e proibizionismo delle migrazioni. Perché tali vittime non meritano lo stesso riconoscimento che quelle provocate dal terrorismo? Bisogna pensare che le morti delle insicurezze ignorate sono benvenute secondo la logica che si è troppi su questo pianeta e che anzi è bene visto che tale genere di disastri o catastrofi o epidemie colpisce soprattutto la popolazione considerata “in eccesso” o “minaccia demografica” (una nuova categoria di minaccia dal punto di vista della sicurezza liberista che punta alla tanatopolitica -cfr. infra). Come dice anche Latour: “… la crisi climatica è una questione di guerra. Non è la stessa cosa (del terrorismo). Ma la gerarchia stabilita dallo Stato fa l’inverso, perché una minaccia terrorista è ideale per lo Stato … si mostra che si fa qualcosa per difendere la gente! Il vuoto della politica è materializzato dal fatto che lo Stato s’interessa solo alla questione sicurezza” (aggiungo, nel senso sicuritario-reazionario). Il sicuritarismo è orientato solo rispetto alle insicurezze di comodo o persino fasulle e sempre a discapito di quelle che riguardano la maggioranza della popolazione, delle morti e delle vittime; tale orientamento ha quindi avuto l’esito di una potente distrazione di massa che è anche distrazione di forze, risorse e competenze[4] (sin dall’antichità i dominanti usavano questa pratica per occultare i veri problemi e malesseri economici, sociali e ambientali e le loro responsabilità).

Da notare anche che, sebbene tanti ecologisti sono impegnati anche nel movimento per la pace, si constata che le mobilitazioni per l’ambiente sono quasi sempre separate da quelle contro le guerre e contro la produzione e il commercio d’armamenti, e viceversa. Ed è anche raro che degli ecologisti s’interessino all’inquinamento provocato dai siti militari e dall’uranio impoverito (la vicenda Raimbow Warrior è stata un’eccezione merito di Greenpeace che in questo è l’ONG con più attenzione alle conseguenze ecologiche del militare, cfr. infra).

Se i disastri sanitari-ambientali ed economici (fra i quali le migrazioni “disperate” a causa delle devastazioni dei territori di partenza o delle neoschiavitù che esistono anche nei paesi ricchi sempre a beneficio di dominanti, grandi marchi sino al caporalato) non fossero ignorati la loro prevenzione dovrebbe essere considerata la prioritaria da tutto il gigantesco dispositivo di sicurezza in tutti i paesi. Ma gli illegalismi dei dominanti e quelli di una parte dei dominati -complementari ai primi- sono tollerati perché assai redditizi anche se a sprezzo delle morti che provocano (è il “prezzo del progresso” si diceva a proposito dei morti sul lavoro). E ciò è coperto anche dalla pervasività del discorso sulla sicurezza che quindi di fatto esclude la protezione della vita della maggioranza della popolazione. E da notare anche che pure quelli allarmati per l’antropocene o il capitalocene (cfr. infra) non sembrano rendersi conto che l’ignoranza dei rischi dei disastri perpetualmente correnti nel mondo intero è di fatto un crimine contro l’umanità poiché ne muore la maggioranza dei circa 60 milioni di morti ogni anno su scala mondiale. Si tratta di vittime di scelte criminali di inquinatori o dei padroni delle economie sommerse (spesso ben connesse con la criminalità organizzata) che le agenzie di prevenzione e controllo e le numerose forze di polizia e in generale le autorità locali e nazionali “non vedono” perché distratte dalla caccia a sospetti terroristi o a immigrati irregolari, o complici degli inquinatori. A tali crimini si aggiunge anche quello delle autorità che si accaniscono anche sulle vittime e chi reclama lo stop delle attività delle lobby e multinazionali inquinanti o che provocano disastri[5].

Vedremo dopo anche che ci sono tanti rinvii tra i diversi punti di vista prima evocati e delle contraddizioni evidenti oltre che derive singolari o assai ambigue o persino inquietanti.

Ricordiamo prima qualche dato indispensabile.

L’età della Terra è stimata a circa 4.570 milioni d’anni e quella del genere Homo a circa 2,3-2,4 milioni d’anni mentre quella dell’homo sapiens a circa 200 mila anni. La successione delle diverse ere geologiche[6] e di quelle che vanno dalla preistoria allo sviluppo dell’homo sapiens e sino ai nostri giorni permettono di pensare che il pianeta Terra e il mondo vivente hanno avuto una grande capacità d’adattamento, ma anche che il pianeta possa continuare a sopravvivere senza il mondo vivente e senza atmosfera (Baracca, 2019).

La constatazione scientifica dell’adattamento alimenta anche l’idea che “non c’è nulla da fare” e le sue diverse derive (pseudo-esistenzialiste o pseudo-nichiliste o ancora che “meglio godersi la vita sin quando si può e che è stupido perdere tempo con i tentativi di rimediare al peggio”).

L’evoluzione planetaria del consumo di energia mostra il forte aumento dal 1945 e soprattutto dopo l’emergenza e il trionfo dell’attuale liberismo dagli anni Settanta e di più negli anni 2000. Constatiamo in particolare che la stragrande maggioranza di questa energia è prodotta col carbone, il petrolio, il gas e in parte l’uranio, cioè i minerali più inquinanti, sebbene il pericolo dello sfruttamento di tali fonti fosse ben attestato da lungo tempo. Ma, come suggerisce la teoria del Capitalocene[7], l’estrazione e l’abuso di tali minerali (così come dell’acqua e ora dei cosiddetti «minerali strategici» -cfr. infra) è assai redditizia innanzitutto perché si appropria di un bene che non si paga o costa poco per trarne enormi profitti. La trasformazione dei beni gratuiti presenti in natura in beni di mercato[8], è l’attività connessa a una enorme quantità di crimini della colonizzazione e del dopo da parte delle superpotenze e delle multinazionali, vedi per ultimo la guerra neocoloniale in Libia attraverso le bande criminali sostenute dalle diverse potenze mondiali e da alcune transnazionali dell’energia.

Si constata anche che c’è stata un’accelerazione continua di questo aumento: dal 1990 al 2017 in Europa, CIS (Confederazione Stati Indipendenti/Russia), America del Nord, America Latina, Asia, Africa e Medio Oriente sono passati da 8,457 MT a 13,376  (+ 4,919, + 58%), di cui petrolio 32%; carbone 27; gas 22%; biomasse 10; elettricità 9 (da diverse fonti naturali); il consumo d’energia è triplicato nei paesi asiatici (da 2,109 a 5,755, cioè 74% dell’aumento globale; il consumo di Europa, CIS, America del Nord, America Latina è rimasto quasi lo stesso (leggera flessione per i paesi CIS e leggero aumento in America Latine; un leggero aumento in Africa e in Medio Oriente  (leggero rispetto a quello asiatico) fonte https://yearbook.enerdata.net/total-energy/world-consumption-statistics.html.

Le ultime stime dello scenario “tendenze attuali” sono ben al di sopra della soglia di aumento di 2°C previsto dagli accordi COP21 di Parigi per il 2100. Secondo il rapporto SR15 dell’IPCC, dal 1950 la temperatura media della superficie della terra e degli oceani è aumentata ogni decennio di 0,17 gradi centigradi e, nonostante le promesse della COP21 (del 2015), questo trend porterà ad arrivare alla previsione per il 2100 già nel 2030 o nel 2040, quindi alla fine del XXI s. avremo 3°C, il che secondo tanti esperti è un disastro totale.

Secondo diversi scienziati, il processo di deriva verso il “collasso” dell’umanità è in atto dal 1950, ma secondo altri sin dal diciannovesimo secolo. Siamo quindi passati dall’Olocene che durava da 11.700 anni all’Antropocene (Crutzen, 2000; Latour, 2015), cioè nell’era segnata dall’“impronta umana” sulla Terra. Altri autori (Moore in particolare[9]) sottolineano che questa definizione è fuorviante perché non è l’umanità responsabile della deriva verso il disastro bensì le attività capitaliste che puntano al profitto a tutti i costi e quindi anche a sprezzo della vita stessa dell’umanità e di tutti i mondi viventi.

Come suggeriscono alcuni scienziati (fra i quali A. Baracca, 2019), ci sono pianeti senza acqua e senza atmosfera e quindi senza alcun vivente. Ma non si sa se una delle loro ere geologiche possa essere stata simile a quella che viviamo sulla Terra.

Al di là delle elucubrazioni neo-esistenzialiste sulla fine del genere umano, vedremo dopo che l’adattamento è anche oggetto d’importanti riflessioni scientifiche, anziché alle fantasie sul cosiddetto post-umano. Come suggerisce Laura Centemeri, la cosiddetta “collassologia” va però presa sul serio[10]. Appare anche significativa la ricerca di chi pensa che lo sviluppo del cosiddetto General Intellect da parte di soggetti anti-profitto e in posture di comune possa portare a credibili e praticabili alternative al capitalocene[11].

I principali punti di vista che descrivo qui di seguito insieme alle loro diverse declinazioni, possono essere considerati i seguenti.

1) Il fronte negazionista

2) Lo “spettro” del XXI secolo.

3) La reazione dei dominanti terrorizzati da tale “spettro”.

4) L’opzione non esplicita della lobby militare, delle nuove tecnologie, della geo-ingegneria e altre che si specializzano nel governo delle catastrofi.

5) La scelta delle lobby che pretendono guidare la “conversione alla crescita sostenibile” o “verde”

6) La tesi degli scienziati allarmati per il riscaldamento climatico ma che puntano sulle capacità d’adattamento e della trasformazione (con qualche miliardo di umani “scomparsi”) passando all’era del post-umano grazie anche al nucleare che non inquinerebbe e forse anche a periodi di regimi autoritari.

7) L’appello degli oltre 15 mila scienziati allarmati per il riscaldamento climatico

8) La teoria della decrescita, le controverse, i tentativi di sua traduzione pratica e le convergenze con quella dei gorziani e marxisti

9) La proposta “ecumenica” di Bruno Latour

10) La tesi della tendenza a una tanatopolitica liberista e le resistenze radicali senza alcuna illusione

11) La perspettiva ecofemminista

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1) Il fronte negazionista di ogni sorta di rischio per l’umanità e il pianeta

Il suo leader è notoriamente Trump spalleggiato da alcuni pseudo-scienziati e da diversi governanti di diversi paesi. Secondo questi negazionisti i rischi non sarebbero che delle false elucubrazioni; al contrario si possono ben continuare le attività estrattive e il consumo di carbone, petrolio, gas[12], uranio per il nucleare civile e militare, l’uso dei pesticidi e altri prodotti e procedure produttive chimiche, fisiche ecc. che -dicono loro- hanno garantito il progresso e persino la possibilità di far vivere bene miliardi di umani (è questa anche la pubblicità di Bayer-Monsanto e degli intellettuali di destra che si pretendono éclairés -in Italia gli accaniti catto-liberisti del foglio). È importante osservare che la forza di questo fronte risiede innanzitutto in un consenso popolare assai largo alimentato dal discorso demagogico di Trump e dei sovranisti-populisti dei vari continenti, ma soprattutto dalla profonda adesione – inconsapevole e consapevole- al modello di vita “lavoro e consumo”, come felicità (reale o auspicata o del tutto illusoria).

È lì la principale ragione dell’adesione popolare concreta, materiale alla fede e all’accanimento per la crescita, percepita come speranza di più risorse, di beni da comprare, di possibilità di far crescere i figli con tutti i confort e gadgets che hanno sognato loro da piccoli e per soddisfare tutti i desideri (per ciò la parola decrescita appare inaccettabile, così come l’idea di frugalità, di parsimonia, di risparmio energetico ecc., tutte proposte considerate come impoverimento). In una discussione tra un ecologista e un operaio, questi gli dice: «tu non capisci che la tua decrescita impedirebbe che i nostri figli crescano e non nella miseria come noi». L’altro sostegno potente a tale posizione risiede nel fatto che sia quelli che si sono convinti «che non c’è nulla da fare», sia soprattutto quelli che pensano che l’eventuale ecatombe dell’umanità non riguarderà né i viventi d’oggi, né i loro figli e forse neanche i loro nipoti. Non deve sorprendere quindi l’idea dominante: “chi se ne frega, perché dobbiamo fare sacrifici e rinunciare a vivere meglio guadagnando di più?” (di fatto questo è il messaggio implicito e anche esplicito dei Trump). Non è un caso che quasi tutti i sindacati sono totalmente d’accordo con le “Grandi Opere” e tutto ciò che è sviluppo economico così come approvano la produzione militare.

Una delle critiche al negazionismo, di fatto poco efficace, è quella di accusarlo di esaurire le risorse del pianeta già in avanzata estinzione. A parte il fatto che il consenso di tanti al negazionismo gioca implicitamente sull’idea “dopo di me il diluvio”, ammesso che sia vero del tutto che le risorse naturali dannose si stiano esaurendo, perché ce ne si dovrebbe preoccupare? La preoccupazione sta nell’uso e abuso di petrolio, carbone, gas e uranio perché distruggono i “mondi” animale e vegetale e modificano anche quello minerale e in particolare le acque salate e dolci. Come insegnano biologi e altri scienziati della terra, sin quando c’è sole, aria e acqua i mondi animale e vegetale potranno riprodursi ma a condizione di non inquinare al punto che la riproduzione non può più avvenire.

 

2) Lo spettro del XXI sec.

Il punto di vista poco esplicitato ma che si può considerare il più influente su tutti gli altri punti di vista è quello che si configura come lo spettro del XXI sec.: l’aumento insostenibile della sovrappopolazione mondiale[13] che si sovrapporrebbe al riscaldamento climatico conducendo a migrazioni che diventerebbero pericolose invasioni di folle fameliche disperate e in preda alle più orribili violenze. Questa idea é espresse sia da Lovelock (il teorico di Gaia)[14], sia da demografi e anche da ecologisti (fra altri vedi qui[15]). Fra essi, Massimo Livi-Bacci, il più celebre demografo italiano considerato progressista e antirazzista, ha scritto due articoli nei quali sostiene che Malthus aveva ragione e che ci sono ben 4 argomenti più che convincenti per temere l’aumento  della popolazione mondiale[16]. Questi 4 argomenti sarebbero: la deforestazione delle grandi aree non contaminate e quindi il rischio d’estinzione dell’equilibrio bio-naturale; l’aumento dell’urbanizzazione in habitat siti in luoghi sempre più precari e a rischio catastrofi naturali; l’esplosione urbana (e qui allude di fatto a troppi gravi conflitti sociali) e il riscaldamento globale. Tuttavia, per compensare il declino demografico ed economico di tanti paesi europei, questo stesso autore auspica in particolare migrazioni intraeuropee[17] (si suppone selezionate).

Questa «diagnosi» la si ritrova anche in diversi ragionamenti di ecologisti e scienziati che -probabilmente- sostenendo tale tesi pensano di sollecitare più efficacemente l’allarme per il rischio catastrofe.  Come vedremo dopo tale spettro che minaccerebbe il pianeta ispira le diverse “soluzioni” che di fatto tendono a una tanatopolitica liberista.

 

3) Il rifiuto dei dominanti di far parte dell’umanità

Terrorizzati da tale “spettro” i dominanti non intendono condividere la sorte dell’umanità e una parte di loro ha già fatto la scelta di crearsi dei luoghi iper sicuri, delle nuove gates communities, dei bunkers e d’investire nelle navette spaziali (vedi reportage[18]), un fenomeno che rinnova le “soluzioni” o rifugi o rimedi del passato e che loro pensano di rendere adeguati al contesto attuale approfittando delle nuove tecnologie. Non si tratta di fantapolitica o deliri dei ricchi, ma di scelte politiche che di fatto si articolano con altre palesemente caratterizzate in senso reazionario. Questa reazione dei ricchi fa pensare a una rottura d’epoca all’interno dell’umanità nel senso che i dominanti di oggi non pensano solo a una prosperità hic et nunc a sprezzo della posterità e quindi al futuro da dare a loro stessi e ai dominati (secondo la biopolitica che mirava al lasciar vivere per la riproduzione del dominio[19]). Insomma, la logica triviale del mors tua via mea spinge alla tanatopolitica, cioè al lasciar morire apparentemente a causa di catastrofi “naturali” che nascondono la scelta che tende a configurarsi come il genocidio del XXI s. Un genocidio in cui non ci sarà un esercito che stermina delle popolazioni; queste soccombono par effetto di azioni apparentemente indirette (cioè le attività inquinanti o altre che provocano disastri -vedi punto seguente). Ovviamente questo non esclude che i dominanti continuino a cercare ogni possibilità di massimizzare i profitti, estendendo le logiche liberiste anche nei campi sinora impensati a tale proposito.

Rispetto alla scelta di rottura dei dominanti nasce anche quella che si può chiamare la proposta “ecumenica” di Bruno Latour (vedi infra).

 

4) L’opzione delle guerre climatiche

Si tratta dell’opzione alquanto nascosta di una parte delle lobby militari, delle nuove tecnologie e della geo-ingegneria che nel post-nucleare mira alla messa a punto della “guerra climatica” per reagire anche allo “spettro” prima evocato. Secondo Rosalie Bertell (nel suo celebre Planet Earth: The Newest Weapon of War, 2010) e nei suoi successivi interventi[20], la distruzione del pianeta è già in corso attraverso lo sviluppo e l’utilizzazione delle nuove tecnologie militari. Purtroppo -scrive- non si tratta di elucubrazioni da teorie complottiste, ma del risultato di decenni di ricerche in particolare sugli esperimenti della neo-ingegneria che datano dalla guerra degli Stati Uniti contro il Vietnam e soprattutto dalle guerre permanenti di questi ultimi venti anni (compresa quella perpetua di Israele contro i Palestinesi). Gli esperimenti sulla meteorologia hanno provocato fenomeni meteorologi violenti con l’impiego di prodotti chimici letali; il primo fu il terribilmente noto “Agente Arancio”, cioè il defoliante usato già in Vietnam (della Monsanto, ora fusa con Bayer diventando la più grande lobby del pianeta). A ciò si aggiunge l’installazione di strutture sempre più grandi per manipolare strati d’atmosfera con delle onde elettromagnetiche. Desta giustificato allarme il cosiddetto HAARP – High Frequency Active Auroral Research Program, il Programma di Ricerca Attiva Aurorale con Alta Frequenza che le forze armate USA portano avanti dal 1994 a Gakona, in Alaska. Se pur il Pentagono afferma che l’HAARP ha la funzione di studiare la ionosfera per migliorare i sistemi di telecomunicazione ed evitare gravi fenomeni atmosferici, più di uno studioso ipotizza che i test e le attività della stazione in Alaska siano serviti invece a creare enormi perturbazioni ambientali e climatiche e creare finanche terremoti o altri gravi fenomeni come siccità, uragani, tzunami, inondazioni, ecc., indirizzando le emissioni sul nucleo della terra e sulla ionosfera. Desta altresì allarme tra i NoWar il fatto che le centinaia di antenne HAARP trasmettano nella banda bassa da 2,8 a 7 MHz e, nella banda alta, da 7 fino 10 MHz, cioè un range delle frequenze poco inferiore a quelle del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS, un terminale terrestre del quale è già operativo nella stazione di US Navy a Niscemi (Sicilia) – in proposito vedi libro di Mazzeo, 2012).

Il bombardamento ionosferico o il riscaldamento possono essere provocati simultaneamente, separatamente o in opposizione l’un all’altro (vedi “SuperDARNS” in Bertell 2013). Infine, Bertell afferma:

Ciò che è previsto adesso sono le “guerre climatiche” e meteorologiche, le guerre in cui sarà possibile l’impiego di terremoti ed eruzioni vulcaniche, inondazioni e siccità, uragani e piogge torrenziali mai viste (Bertell 2013, p.57).

Questa “passione” per la geo-ingegneria nel cercare di configurare le guerre liberiste del futuro non è solo un affare della lobby militare, ma ovviamente anche di gruppi finanziari legati a lobby tecnologiche. Si spiega così il nuovo rilancio degli investimenti da parte dell’amministrazione USA ma anche della Russia e della Cina nelle cosiddette “guerre spaziali” così come la competizione accanita per accaparrarsi dei minerali strategici in particolare in Africa[21]. Più recentemente, nell’oceano Artico, utilizzando il progressivo scongelamento dei ghiacciai –la prima sperimentazione operativa del sistema MUOS è avvenuta nella primavera  del 2014 con l’esercitazione ICEX condotta dal Comando per le forze subacquee COMSUBFOR di US Navy nel Mar Glaciale Artico (vedi Mazzeo – Il MUOS per ipermilitarizzare e depredare l’Artico, http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2015/01/il-muos-per-ipermilitarizzare-e.html).

Come scrive Ben Cramer, tutte le guerre hanno provocato sempre dei danni enormi all’umanità e all’ambiente, milioni di vittime. Da sempre lo sviluppo del potere si nutre di saperi, averi ed armamenti e inevitabilmente adotta una concezione cremastica che impone la moltiplicazione dell’accumulazione di ricchezza a sprezzo della sua distribuzione. Ne consegue la continua necessità di guerre di conquista e quindi un nesso inscindibile fra finanza, affari militari e industria.

Ricordiamo anche, che la diffusione dell’impiego di munizioni all’uranio impoverito durante le recenti guerre permanenti ha provocato già migliaia di morti tra i militari (di tutti i paesi coinvolti) e i civili presenti in tali teatri di guerra o d’esercitazioni militari come a Quirra in Sardegna (vedi Mazzeo, Manunza e Palidda in Resistenze …, 2018).

Nel processo di adeguamento del pensiero, dei dispositivi, del personale e delle pratiche dell’apparato militare al nuovo contesto liberista sin dagli anni Novanta c’è stato un importante impegno nelle missioni che pretendono essere sia “di pace” che “umanitarie”[22]. Evidentemente ciò serve a legittimare meglio la loro esistenza e quindi le risorse che rivendicano, ma anche a sviluppare il nuovo terreno del business delle catastrofi. Così, una componente della lobby militare punta sempre più sulle catastrofi per dispiegare sia grandi operazioni di soccorso dette umanitarie, sia la gestione della ricostruzione successiva[23]. Spesso in intesa negoziata con le grandi ONG e le istituzioni internazionali (quali l’UNEP) che s’occupano anche di catastrofi, i militari sono ormai sempre più attivi non solo nell’influenza se non la direzione sulla protezione civile (in diversi paesi spesso assoggettata al ministero degli interni o della difesa nazionale, cioè al settore della “sicurezza nazionale”) ma anche con il loro diretto impegno operativo.

Ciò che ha descritto Naomi Klein in Shock Economy nel 2008 è ancora più accentuato: la quantità di ONG e d’esperti specializzati in management delle catastrofi, del soccorso, degli aiuti e della ricostruzione aumenta in proporzione alla frequenza dei cataclismi[24]. Per avere un’idea basta notare che in neanche 20 anni il portafoglio dei Catastrophe Bonds (quotati in borsa, e venduti dalle compagnie di assicurazione per coprire i disastri detti naturali) è passato da 1 a più de 15 miliardi[25]. Come scrive qualche autore, oltre le forze militari, le ONG, la schiera di esperti compresi psicologi delle catastrofi ecc., sono poi sempre le imprese delle grandi opere che traggono benefici dai finanziamenti e raccolte fondi destinati alla ricostruzione che come a New Orleans dopo Katrina diventa una grande operazione di gentrification (si veda anche quella raccontata da Naomi Klein a proposito di Puerto Rico[26]). A ciò si aggiunge lo sviluppo che l’ec