Nel Nord Italia ricco e produttivo, lo sanno tutti: gran parte della forza lavoro nelle imprese è composta da persone migranti. Muratori, mungitori nelle stalle, saldatori, raccoglitori di pomodori, tagliaerba, lavapiatti. Si possono pagare poco, anche in nero e far dormire per terra.

Pulizie domestiche, assistenza agli anziani, cura alla persona, riders e autisti della logistica: anche qui si lavora in nero e per pochi soldi. Spesso si dorme nello sgabuzzino o in otto in una stanza.

Nelle scuole italiane di oggi, la maggioranza degli alunni e delle alunne ha un background migratorio. Ma a 18 anni, molti di loro non avranno la cittadinanza italiana.

A Milano, il patrimonio ALER è gestito da decenni dalla Lega. Le case popolari sono state volutamente lasciate al degrado, trasformandole in ghetti abitati da migranti, senza servizi pubblici adeguati. Un progetto politico chiaro: segregazione e controllo.

L’ultima “sanatoria”, promossa dalla ministra renziana Bellanova, fu una beffa: riservata solo a braccianti e badanti. Ognuno dovette pagare 500 euro per sperare di essere regolarizzato come servo. Le prefetture hanno impiegato anni per fornire una risposta, spesso negativa.

La verità è semplice e brutale: le politiche della destra si fondano sull’uso sistematico e razzista della forza lavoro migrante, mantenendola senza diritti per poterla sfruttare meglio. I migranti non ricevono servizi, non hanno cittadinanza, vengono spinti nei ghetti, diventano il capro espiatorio utile a rafforzare politiche xenofobe.

Il piano è noto: tenerli schiavi, senza voce. Farli vivere nello sporco, nelle carceri, per addomesticarli. Insegnare loro a lavorare gratis, a mangiare “pasta col tonno”. Aumentare la “sicurezza” nelle città per spegnere ogni ribellione. Riempire i quartieri popolari di telecamere. Sorvegliare che non abbiano armi. Non farli mai sentire a casa. Non dargli una casa. Non permettere che sentano questa terra come loro. Non fargliela possedere. Non permettere che “la nostra” terra diventi anche loro.

Oggi l’Occidente è governato dall’estrema destra, che punta tutto sul sogno tossico della remigrazione. Sa di aver prosperato grazie a secoli di colonialismo, e ora che si sente minacciato, reagisce come ha sempre fatto: facendo la guerra.

Aumenta la spesa militare, allea intelligenza artificiale e armamenti, stringe le maglie del controllo. E richiama il mercato a una “missione politica”: dominare il mondo, sottomettere ciò che può, e continuare a trattare ogni altrove come una colonia.

Il modello della MEGA – Make Europe Great Again – assomiglia sempre di più a quello dei coloni israeliani in Cisgiordania. Funziona cosi: prima di tutto devo rendere impossibile la vita ai palestinesi: occupo le fonti d’acqua che irrigano i loro campi, uccido le pecore, sradico gli alberi, brucio le case. Quando sono costretti a fuggire, occupo la loro terra e ci pianto la mia bandiera. So che, una volta affamati, torneranno a cercare lavoro. È lì che li aspetto: gli offro un braccialetto elettronico alla caviglia e propongo loro di costruire la mia casa sulle rovine delle loro. Posso pagarli poco, controllarli con torrette armate e disciplinarli a colpi di mitraglietta e droni. E il mio sogno, o illusione, è che tutto questo duri per sempre.

L’Europa si è fatta grande così: con secoli di saccheggio coloniale, di lavoro coatto, di terre sottratte. E ora, mentre si sente minacciata, vuole tornare grande di nuovo. Aumenta la spesa militare, lega l’intelligenza artificiale agli armamenti, richiama all’ordine il mercato globale e gli assegna un compito politico: dominare il mondo e tenere il resto del pianeta in una condizione permanente di sottomissione. L’imperialismo non è un ricordo del passato. È un programma per il futuro.

Per questo, il referendum dell’8 e 9 giugno in Italia non è una formalità. Il quinto quesito propone di ridurre da dieci a cinque anni il tempo necessario per le persone migranti per richiedere la cittadinanza. In gioco non c’è solo un numero: c’è un’intera visione del mondo. Se il referendum fallisce, i media e i partiti diranno che il popolo italiano ha scelto. Che gli va bene così. Che preferisce vedere i migranti vivere senza diritti, senza voce, senza futuro. Che è giusto che restino lì: utili, invisibili, silenziosi.

Ma non è così. E per questo ora te lo dico con il linguaggio degli spot elettorali e ti chiedo di non sottovalutare questo appuntamento. Domenica 8 giugno svegliati, fai colazione, cerca la tua scheda elettorale, organizza la tua giornata, vai a votare. Metti una croce chiara e decisa sul SÌ al quinto quesito.

Per dire che non siamo tutti fascisti e suprematisti bianchi.
Per dire che questa terra può appartenere anche a chi l’abita.
Per dire che l’Italia e l’Europa possono rompere con la loro storia coloniale.