una produzione congiunta  Commonware – Effimera, 25 settembre 2013

Margaret Thatcher disse che il suo più grande successo si chiamava New Labour. In modo simile, nell’editoriale su “il manifesto” (http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/ricerca/nocache/1/manip2n1/20130924/manip2pg/01/manip2pz/346192/manip2r1/bascetta/), scrivi che il “trionfo” di Angela Merkel ha un nome ben preciso: Gerard Schroeder. Senza ripartire da Bad Godesberg, si può dire che nella vittoria della Merkel si conclude il percorso della socialdemocrazia tedesca dal 1989, o c’è anche dell’altro?

É vero che la Germania occupa una posizione particolare oggi in Europa, però i rapporti tra la destra e la sinistra tedesche vanno collocati in quella dinamica di complessiva sconfitta che le sinistre hanno subito in molti paesi europei. Hanno subito questa sconfitta perché non sono riuscite a pensare un concetto di governabilità, o di possibilità di accedere al governo, che non fosse l’applicazione più zelante e più efficiente di quegli stessi parametri e criteri che i governi borghesi, chiamiamoli così, avevano applicato. L’idea è che non si potesse contare sulla forza di soggettività sociali e politiche emergenti dal basso: bisognava entrare nella stanza dei bottoni attraverso la porta convenzionale, quindi manovrando quei bottoni secondo le regole che ne stabiliscono l’uso. Abbiamo dunque avuto delle sinistre che governavano in nome del liberismo, dell’efficienza capitalistica, della riduzione del costo del lavoro, dei diritti e del welfare. Questo non era ciò che grossa parte della loro base elettorale si aspettava, perciò hanno subito delle pesantissime sconfitte. Nel frattempo le sinistre hanno represso, hanno condotto politiche di austerità, anti-sociali, che favorivano il capitale rispetto al lavoro. In seguito alla delusione degli elettori e al passaggio delle leve del governo nelle mani della destra, questa destra si è trovata ad avere il lavoro sporco già fatto, addirittura ad attenuarlo, lenirlo, spalmarlo nel tempo. Si è avvalsa così di un doppio vantaggio: quello di aver sopravanzato di gran lunga l’avversario e quello di aver ottenuto le condizioni desiderate di sfruttamento del lavoro e della cooperazione sociale.

Andando al di là del caso tedesco, ci hai spiegato perché la sconfitta della Spd – unitamente alla mutazione genetica dei verdi e all’incapacità della Linke di intercettare il malcontento della crisi – ci parla dell’esaurimento della sinistra in Europa. Questo è il frutto esclusivamente dell’inadeguatezza (peraltro indiscutibile) dei ceti dirigenti della sinistra, oppure in modo più radicale di un esaurimento dell’opzione politica che la sinistra ha storicamente incarnato?

Sicuramente è un problema di classi dirigenti ma non solo, perché questo problema dipende anche dalla perdita di peso dei soggetti sociali, cioè la classe operaia tradizionale a tempo indeterminato, su cui queste classi dirigenti facevano conto come bacino di mobilitazione sociale e di forza elettorale. Il problema è che queste classi dirigenti, nella crisi delle vecchie soggettività operaie e sociali della sinistra, non hanno affatto guardato alle nuove forme di sfruttamento e alle nuove soggettività che l’offensiva capitalistica aveva prodotto, quindi anche ai possibili contropoteri che da queste nuove soggettività potevano prendere forma. Ha invece semplicemente registrato il fatto: “i padroni avevano ragione, sono riusciti a ridimensionare, domare e ridurre il peso della classe operaia, quindi noi non possiamo che adeguarci in quegli stessi termini alla nuova situazione, con qualche correzione di tipo solidaristico e caritatevole”. C’è un’incapacità anche della teoria politica delle classi dirigenti della sinistra di cogliere la possibile carica antagonista che andava formandosi nella nuova situazione. Da ciò la rinuncia a una resistenza che comunque avrebbe avuto poche chance di reggere, con la scelta di entrare in quella logica di razionalizzazione che dalla fine degli anni Settanta e poi negli anni Ottanta e Novanta la sinistra ha sempre più intensamente portato avanti.

Che peso avrà il voto tedesco negli sviluppi di breve e medio periodo dell’Unione Europea?

La questione è controversa. C’è chi dice che non cambia nulla, c’è chi dice che visto il successo la Merkel diventerà ancora più rigida, c’è chi dice al contrario che, proprio visto il successo, potrebbe in qualche modo riprendere – sia pure in quelle forme rigorose, disciplinanti, molto ideologiche e dottrinarie classiche dei governi tedeschi – qualche discorso maggiormente solidaristico. C’è un problema: la stessa stabilità economica della Germania dentro l’Europa. Io sono convinto che la Germania, anche l’opinione pubblica tedesca, nella sua stragrande maggioranza sia europeista, per varie ragioni, storiche ma anche per dei tornaconti molto più immediati e materiali. Ecco, questa stabilità può essere minacciata da una forte instabilità che potrebbe con altissima probabilità riprodursi in molti paesi dell’Europa. Quindi, credo che si debbano porre il problema di consentire ai paesi più deboli di avere un margine di manovra per tenere sotto controllo l’instabilità sociale e la conflittualità. Non credo che il nuovo governo tedesco sarà del tutto insensibile a questa preoccupazione. Tant’è che poi i liberali, quelli più ultraliberisti e rigoristi, hanno subito un tracollo spaventoso, praticamente è un partito scomparso. Questo è un segno che l’irrigidimento ulteriore non è ben visto neanche a livello di opinione pubblica. Conta più questo problema che non il possibile ingresso della Spd in una grande coalizione (peraltro in condizioni di debolezza relativa molto forte, perché la sproporzione tra i due partiti è ovviamente gigantesca). Però, penso che proprio dentro il fronte conservatore ci sia una preoccupazione per la creazione di strumenti che possano impedire un acuirsi grave della conflittualità sociale e dell’instabilità politica in diversi paesi d’Europa. Tra l’altro, come sappiamo, i conservatori sono spesso molto più lucidi dei cosiddetti progressisti. Ferma restando l’idea del tutto intergovernativa dell’Europa, questa non è messa in discussione non solo dalla Merkel, ma da nessuno, perché non mi sembra che Hollande, il governo italiano o altri abbiano un’inclinazione più comunitaria e meno intergovernativa.

L’Europa, appunto, o quella che possiamo chiamare l’Europa reale, cioè l’Unione Europea. Qua siamo di fronte a un rovello che si ritrova nei movimenti: essere contro l’Europa rischia di concedere argomenti al sovranismo, al contempo non si può non tener conto che l’Europa è diventata un mostro, come giustamente dice Christian Marazzi. Come si esce da questa trappola?

Io penso che l’Europa sia uno spazio irrinunciabile: nessuna soggettività – né capitalistica nella competizione globale, né antagonista nel tentativo di uscire da questo modello economico e di sviluppo – può più avere un futuro all’interno della dimensione nazionale. Però, una delle ragioni per cui l’Europa è un mostro è la natura dei governi nazionali che la compongono. Lo posso dire con una formula: il modo di essere europeisti oggi parte dal fatto di essere anti-nazionali, cioè di combattere le proprie classi dirigenti e di revocare a esse il diritto di rappresentarci diplomaticamente al tavolo europeo. Credo che pensare a un’organizzazione o a una rete di organizzazioni sovranazionali che agiscano già immediatamente e direttamente a quel livello sia insufficiente. O meglio, sarebbe la condizione ottimale, ma per arrivarci io vedo la necessità di un’azione anti-nazionale che la precede.

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