Risulta difficile scrivere un commento sulle elezioni spagnole senza parlare di numeri. Innanzitutto, per cominciare a parlare del secondo turno elettorale spagnolo bisogna considerare i circa dieci milioni di astenuti e le quattrocentomila schede bianche o voti nulli. Dopo quasi un anno di campagna elettorale, di cui la metà senza governo, il 26 giugno riconferma il bipartitismo con un voto caratterizzato dalla paura dell’instabilità e dalle spinte autonomiste. A distanza di  un giorno dal referendum inglese per l’uscita dall’UE, il Partito Popolare, già al governo, – sì, proprio quello della riforma del lavoro, quello la legge “mordaza”, dei tagli alla sanità e all’educazione –  si riconferma come primo partito aumentando addirittura il numero dei seggi. In ogni caso, non gli saranno sufficienti per poter formare un governo e quindi sarà costretto a ricorrere a qualche strana coalizione, a meno che la Troika non imponga direttamente il suo governo, segno dei tempi.

La sinistra di Unidos Podemos, che ha provato a portare a casa il risultato di un calcolo aritmetico dopo le elezioni del 20 dicembre, ha dovuto fare i conti con l’alchimia poco fortunata dell’unione tra la vecchia e la nuova sinistra, l’una dipendente dall’altra in termini di sopravvivenza ma ormai in un ineluttabile declino. La sommatoria delle due forze infatti perde tre punti percentuali rispetto a dicembre, smarrendo l’entusiasmo del primo turno e trovandosi con un ampio distacco dai socialisti. Grande delusione, quindi, anche per quell’autoproclamato settore del 15M che ha scommesso fino all’ultimo sull’ibridazione tra un movimento inesistente, un partito costruito su significanti vuoti e un altro in sala di rianimazione.

I grandi trionfalismi dei meeting, sempre più simili a spot pubblicitari e sempre più distanti dalla composizione sociale, avendo come unici punti di programma l’anti-PP (vedi antiberlusconismo in Italia), la patria e l’autocelebrazione della possibile “vittoria” (sic!) come un valore, hanno riposto il programma/catalogo di Ikea nello scaffale, o, in molti casi, nel cestino.

A Barcellona, il partito di coalizione appoggiato da Colau, nonostante la vittoria elettorale, perde circa ventiduemila voti confermandosi come il partito che in questo turno ha smarrito più voti in città. Le ragioni, in quest’ultimo caso, potrebbero essere attribuite al marcato orientamento pro-indipendenza della formazione catalana come allo slittamento a destra della sua versione locale che, per sopravvivere, ha dovuto condannare uno sciopero dei lavoratori della metro, appoggiare pubblicamente azioni repressive della polizia sui movimenti ed, infine, patteggiare con i socialisti.

Risultato analogo per la formazione di destra Ciudadanos che, con una debole campagna elettorale impostata simmetricamente sul nemico, poca articolazione locale e poca presenza mediatica, ha ridotto il suo elettorato di circa quattrocentomila voti. Questo dato, se non altro, ci consola dalla preoccupazione di una possibile crescita di una destra xenofoba e nazional-socialista in Spagna, i cui antidoti sono stati, da una parte proprio le lotte veicolate dal 15M, dall’altra la poca credibilità del partito di Rivera che, aldilà degli aneddoti del suo leader rispetto al consumo di stupefacenti, ha aggiunto poco al dibattito politico, cercando di riscuotere il voto giovanile rispetto a quello del PP, più radicato nelle classi medie e alte.

Sono molti coloro che, fino a ieri, erano pronti a stappare una bottiglia di cava (lo spumante spagnolo) nel caso in cui il sorpasso di Unidos Podemos rispetto ai socialisti (come dicevano i sondaggi) fosse confermato dalle urne. In queste ultime settimane, infatti, sono stati numerosi gli articoli tra i sostenitori e non, che hanno messo in dubbio la capacità di un partito di valorizzare per sé il processo debordante che era stato aperto dal 15M – che oggi vediamo battersi con forza e determinazione in Francia, contro le politiche neoliberali. Dopo aver spinto per la collocazione di significativi pezzi di movimento nella campagna elettorale e nella professionalizzazione politica – che in gran parte dei casi, in tempi di crisi, è legata anche alla necessità di procacciarsi un reddito con una possibile carriera  – sembra quanto meno obbligatorio un ripensamento per poter ripartire.

Immagine in apertura: il programma elettorale di Podemos, ispirato al catalogo Ikea

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